PARLIAMONE CON...

Lia Fedele e Amedeo Minischetti incontrano 

Maria Pina Usai e Maria Elena Buslacchi

Le ideatrici e organizzatrici del Festival Internazionale Zones Portuaires / Genova

Intervista a cura di Lia Fedele e Amedeo Minischetti

Maria Elena Buslacchi è antropologa.

Dopo gli studi in filosofia politica, con particolare attenzione sulle dinamiche urbane e territoriali, ha condotto una ricerca di dottorato sulle politiche culturali di Genova e Marsiglia, Capitali europee della cultura rispettivamente nel 2004 e nel 2013. Ha studiato lo sviluppo dei waterfront delle due città e le forme di appropriazione e di negoziazione delle trasformazioni. È co-fondatrice del Laboratorio permanente di studi urbani Incontri in città dell’Università di Genova e coordinatrice del progetto Luoghi comuni. All’attività di ricerca-azione affianca l’attività giornalistica.

Maria Pina Usai è architetto.

Attratta dalle dinamiche di interazione tra paesaggio, architettura, arte e società, si occupa di pianificazione strategica per lo sviluppo sostenibile del territorio e di progettazione integrata per il recupero del patrimonio storico-architettonico in ambito costiero; dal 2010 collabora con la Conservatoria delle coste della Regione Sardegna nell’ambito dello sviluppo di progetti Europei nel bacino del Mediterraneo, dal 2011 è co-fondatrice del gruppo U-BOOT Lab, ricerca e azione su paesaggi ad alta vulnerabilità sociale e ambientale, nel 2015 è co-fondatrice della MEDSEA Mediterranean Sea and Coast Foundation. Dal 2018 lavora alla Conservatoria delle coste della Regione Autonoma della Sardegna.

ai microfoni di O.P.C.I.

Come nasce il vostro sodalizio e da che cosa scaturisce l’interesse comune verso la portualità?

M.P.U._ Il sodalizio nasce nel 2014, in modo abbastanza casuale ed informale. Ci siamo incontrate a Marsiglia dove Maria Elena in quel momento stava vivendo e portando avanti il suo dottorato di ricerca e aveva conosciuto Zones Portuaires Marsiglia, che è il Festival capostipite del progetto, nato appunto in Francia nel 2008. Maria Elena era entrata in contatto con il Direttore Artistico del Festival, Emmanuel Vigne, che da un paio di anni stava portando avanti delle edizioni monografiche, e quella successiva sarebbe stata dedicata alla città di Genova. Da lì è nata l’idea non solo di dedicare a Genova l’edizione marsigliese del 2015 ma provare a portare qualcosa anche a Genova. In quel momento io ero in viaggio a Marsiglia per piacere, diciamo così, ma stavo tornando dalla Sardegna verso Genova. In Sardegna collaboravo con l’Ente con cui collaboro tuttora che è la Conservatoria delle Coste della Regione Sardegna e mi occupavo di valorizzazione del patrimonio culturale, materiale e immateriale, in ambito costiero. Tornata a Genova, ho rivolto la mia attenzione al porto e al tema del rapporto tra porto e città. Ci siamo trovate e abbiamo pensato di provare a portare il Festival a Genova.

A proposito del vostro contributo al Festival, come si inserisce la tappa di Genova all’interno di Zones Portuaires?

M.E.B._ Forse non parlerei di una tappa ma di una trasformazione del Festival da Marsiglia a Genova.

Nel senso che a Marsiglia il Festival è un’iniziativa prettamente cinematografica, anche perché Emmanuel Vigne, il suo Direttore, gestisce un cinema, è lui stesso autore di documentari e quindi ha impostato la sua ricerca sulla relazione città porto proprio su questo linguaggio. A Genova invece noi abbiamo deciso di proporre una declinazione differente, prettamente interdisciplinare. Abbiamo cominciato a lavorare sulla stessa relazione tra città e porto, ognuna di noi con il suo approccio, e poi anche sviluppando questa ricerca sulla base dei contatti e delle opportunità che abbiamo trovato a livello locale. Il progetto è stato situato a livello specifico nella città e costruito insieme agli attori che di volta in volta abbiamo incontrato: gli operatori portuali, i lavoratori, le imprese, gli abitanti, tutti coloro che poco per volta hanno dato il loro apporto al progetto, rendendolo interdisciplinare. Il progetto di Zones Portuaires si fonda sull’incontro, sulle visite, sulla scoperta del mondo portuale e anche sulla produzione di contenuti artistici performativi ad hoc.

Dalla vostra esperienza si può dire che il Festival sia un’occasione riuscita per coinvolgere

e sensibilizzare i cittadini  a questi temi?

M.P.U._ Si, questo si è configurato da subito come uno degli obiettivi del Festival. Quando abbiamo iniziato a lavorare su questo tema e abbiamo iniziato ad entrare in contatto con le comunità portuali, una delle emergenze che ci sono state presentate come istanza, è stata proprio quella di tornare a recuperare un contatto con la città e con i cittadini. Di fatto il porto e la città sono due entità parallele, separate anche fisicamente da barriere, che spesso, non solo fisicamente ma anche culturalmente, in termini di conoscenza reciproca, non dialogano. Quindi sì, questo è stato sicuramente uno degli obiettivi ed è l’aspetto su cui lavoriamo maggiormente.

Quali sono gli altri obiettivi dell’iniziativa e come si è evoluto il progetto dal 2015 ad oggi?

M.E.B._ Gli obiettivi prevedono proprio questo: tentare di ricucire la cesura descritta, ma mai in maniera violenta. Se una cesura esiste ci sono delle ragioni storiche, delle ragioni sociali, che evolvono nel tempo, e quindi il nostro obiettivo è stato innanzitutto comprendere come si è formata questa frattura, perché e in quali modi. Nel momento in cui abbiamo incontrato questo interesse e questo trasporto, la passione da parte delle persone che vedevamo di volta in volta coinvolte nel progetto, il loro obiettivo  di tentare di parlar del porto alla città, allora abbiamo tentato questa ricucitura insieme a loro. Non si è trattato di un atto imposto dall’esterno ma di un qualcosa da costruire insieme.

Abbiamo realizzato tutto ciò in maniera molto diversa, con linguaggi vari, volendo provare a far conoscere il mondo portuale alla popolazione genovese ma anche a chi transita da Genova, attraverso dei momenti di vita e di scoperta delle attività portuali. Accompagnare i piloti, gli ormeggiatori e i rimorchiatori mentre sono in attività rappresenta già un modo per comprendere che cosa succede al di là delle cinte doganali. E poi tutti questi operatori sono stati coinvolti nella costruzione di performance, di installazioni e produzioni, che potessero raccontare qualcosa di loro e del loro modo di lavorare e di esistere al limite tra questi due mondi, sia in città sia in porto.

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foto © Donato Aquaro_ ZPGE 2020

foto © Maria Pina Usai - U-BOOT Lab - Darsena di Genova

Qual è il valore aggiunto della vostra collaborazione, risultato di mondi che si intrecciano:

l’urbanistica, l’architettura e l’antropologia?

M.P.U._ Io parlo dal mio punto di vista di architetto, di persona che si occupa di territorio, di paesaggio e appunto di urbanistica. Io credo che non possa esserci architettura o urbanistica e studio e azione ad essi relativi, senza considerare le interrelazioni tra il luogo fisico - la pietra - e le persone. L’incontro con Maria Elena si inserisce in un percorso personale che ha sempre visto la collaborazione, all’interno della mia professione, con persone che arrivavano da altri ambiti disciplinari: la sociologia e l’antropologia sono aspetti fondamentali nel momento in cui si riflette sulla città, sul territorio e sul paesaggio. Per quanto mi riguarda, anche il mio modo di pensare il progetto non può prescindere da questo tipo di confronto, sia dal punto di vista della ricerca, che dal punto di vista dell’azione, del fare architettura, urbanistica, e dell’agire in termini di interventi paesaggistici. Quindi per me è un approccio naturale.

M.E.B._ È altrettanto naturale per me questo tipo di dialogo e di incontro. Io sono un’antropologa urbana, quindi mi sono occupata di città fin dall’inizio, quindi l’oggetto è comune al mondo dell’architettura e dell’urbanistica, evidentemente su diversi piani. Il lavoro dell’antropologo è caratterizzato da un lato dalla metodologia etnografica, e quindi è fatto di ricerche sul campo, tra le persone, e di interviste. Dall’altro lato c’è un aspetto di analisi della produzione dei simboli e degli immaginari, che hanno effetti molto concreti sulla realtà, non sono soltanto delle fantasie. Su entrambi questi piani, il dialogo con il mondo dell’architettura e dell’urbanistica, nel momento in cui l’oggetto è la città, è imprescindibile e centrale nella ricerca. Quindi entrambe ci siamo aiutate molto a sviluppare sia il progetto Zones Portuaires sia le nostre ricerche personali con un confronto critico.

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foto © Donato Aquaro_ ZPGE 2020

foto © Maria Pina Usai - U-BOOT Lab - Porto di Genova - Calata Bettolo

L’edizione del 2020 ha portato molte connessioni, da Marsiglia a Saint-Nazaire, a Genova, il collegamento con Amburgo, Montréal e altre città. Come viene gestita questa grande rete di collaborazioni internazionali?

M.E.B._ La rete si è costituita nel 2015 perché era l’anno in cui, oltre a sviluppare Zones Portuaires a Genova, il festival è arrivato anche a Saint-Nazaire e quindi in questa occasione si sono aperti i due spin-off.

Edizione dopo edizione cerchiamo di trovare collaborazioni sempre più precise e puntuali su alcuni progetti. L’anno scorso ci sono stati anche progetti di residenza: abbiamo ospitato dei ricercatori e un regista che sono venuti da Saint-Nazaire a Genova proprio per studiare il caso dell’area retroportuale di Prè, che noi avevamo già investito con l’azione di Zones Portuaires nelle edizioni del 2015 e 2016.

Ci sono dunque aspetti di ricerca e di produzione che vengono utilizzati come forma di valorizzazione in un festival o nell’altro. La relazione si costruisce per tappe successive e per collegamenti, tra quello che accade in un porto e poi fa scalo in un altro o più, secondo nuove rotte da definire.

La realtà portuale è dinamica ed è chiaro che ciò si ripercuota anche nell’organizzazione del Festival. L’ultima edizione ha prestato molta attenzione ai temi che legano le aree portuali al concetto di patrimonio urbano e spazio pubblico. Il nostro direttore Michele Manigrasso ha moderato un talk proprio su questo argomento, con ricercatori italiani e stranieri che hanno illustrato la propria esperienza. Considerando il difficile periodo che stiamo vivendo, cosa ha significato l’ultima edizione di Zones Portuaires e cosa accadrà con la restituzione degli atti?

M.P.U. È stato un anno molto particolare. Ci siamo perfino interrogate se fosse il caso di realizzare il Festival per l’edizione di quest’anno, perché l’iniziativa nasce come forma di produzione culturale, come un luogo in cui avvengono parallelamente la ricerca e l’incontro.

Da un lato c’è la ricerca viene sviluppata durante tutto l’anno per poi portare a risultati che possono essere prodotti culturali e/o eventi che propongono alla cittadinanza, a chi in quel momento gravita attorno alla nostra città, una riflessione sul luogo che si sta vivendo. Dall’altro lato c’è il Festival vero e proprio, che è anche un momento di incontro e di interscambio. L’incontro quest’anno sembrava piuttosto difficile da realizzare, tanto più che il porto aggiunge, rispetto ad uno spazio pubblico urbano, un’ulteriore difficoltà che è quella dell’accesso.

Abbiamo deciso di farlo comunque: abbiamo ricalibrato il Festival, che ha avuto luogo in parte in situ e in parte online. Inoltre, i temi che abbiamo affrontato durante questa edizione ricalcavano un po’ la riflessione che ci ha accompagnato in tutti questi anni: che ruolo può avere il porto come spazio pubblico condiviso, come spazio potenzialmente aperto alla vita di tutti i giorni, forse non con continuità, forse non con le stesse modalità con cui viviamo gli spazi urbani, ma che offre delle  interessanti possibilità. L’anno pandemico poi evidenziava quanto la necessità di trovare degli spazi aperti, urbani, condivisi o condivisibili, fosse urgente. La sfida è stata questa: provare a parlare di porto come spazio pubblico, patrimonio pubblico, secondo una modalità interdisciplinare. La questione è stata considerata da un punto di vista della ricerca artistica, della sperimentazione culturale e come riflessione architettonica, urbanistica e paesaggistica.

È stato per noi un momento di riflessione molto forte, su un tema che di fatto si è delineato nel corso di questi sei anni, sei edizioni che hanno fatto sì che il Festival si trasformasse in un progetto in cui la ricerca in realtà si realizza, si sviluppa attraverso l’azione stessa.

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foto © Donato Aquaro_ ZPGE 2020

foto © Maria Pina Usai - U-BOOT Lab - Porto di Genova - Calata Molo Vecchio

Quali piani avete per il futuro? Come pensate di indirizzare lo sviluppo e l’espansione del festival?

M.E.B._ Noi scegliamo ogni anno una parola chiave, uno slogan che in qualche modo indica le direzioni.

In realtà nelle ultime edizioni ci siamo focalizzate sull’idea delle nuove rotte e delle connessioni. Il progetto Zones Portuaires senz’altro avrà un’evoluzione in collegamento con altri porti, io al momento sono a Marsiglia, Maria Pina è a Cagliari, e già in queste edizioni abbiamo portato avanti delle produzioni con altri porti di Italia, d’Europa e del mondo, e questa tendenza sicuramente continuerà, è una linea strategica che sicuramente vogliamo portare avanti. Cercheremo comunque di non abbandonare Genova, di restarci. L’idea è di lavorare sempre di più a Zones Portuaires non soltanto come a un Festival, come lo chiamavamo all’inizio, ma come a un dispositivo di ricerca e di azione. Si tratta di un’iniziativa articolata che porta avanti diverse riflessioni e progetti, che possono tradursi poi in azioni performative, che effettivamente trovano spazio in un momento di apertura eccezionale del porto che è appunto il Festival. Secondo noi il senso di Zones Portuaires va ben al di là di quest’occasione eccezionale in cui si schiudono le cinte doganali tra città e porto. Speriamo infatti che possano esserci sempre, e magari non soltanto a Genova, dei giorni in cui il porto si apre e si fa conoscere in tanti modi diversi, e ci saranno anche tanti progetti che porteremo avanti in parallelo e cercheremo di far viaggiare da uno scalo all’altro.

 

 

Entrambe siete impegnate nell’attività di ricerca, in particolare Maria Elena, co-fondatrice del Laboratorio permanente di studi urbani Incontri in città dell’Università di Genova e Maria Pina co-fondatrice del gruppo U-BOOT Lab e della Fondazione MEDSEA Mediterranean Sea and Coast Foundation. Quali sono le relazioni che si intrecciano tra i vostri laboratori e il progetto di Zones Portuaires?

M.P.U. È un tema interessante. Il fatto che Zones Portuaires sia configurato in questo modo, ossia come diceva Maria Elena, come un dispositivo di ricerca e di azione, è proprio frutto dell’incontro di queste due realtà, da un lato un laboratorio, che è Incontri in città, che nasce nell’ambito dell’accademia, della ricerca pura, e dall’altra U-BOOT Lab strategie culturali per la rigenerazione urbana e territoriale.

U-BOOT Lab è un’associazione culturale nata per portare avanti una ricerca indipendente, esplicata attraverso l’azione diretta sui territori, in contatto con le persone, le comunità e i soggetti che di volta in volta coinvolge.

La fusione di questi due gruppi che, da una parte Maria Elena e da una parte io, rappresentiamo, ha di fatto segnato la natura del progetto Zones Portuaires. Dal punto di vista dei risultati e anche valutando la reazione delle persone che incontriamo nell’ambito delle università, degli enti pubblici, della società civile, ci sembra una chiave di lettura e di lavoro, una modalità che funziona rispetto ad una riflessione, sulla città e in questo caso chiaramente su una città portuale, che ci auguriamo possa diventare sempre più condivisa.

Pescara - Genova - Marsiglia, il  30 novembre 2020

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