EROSIONE COSTIERA

i dati del fenomeno, studi e progetti in Italia

 

la ricerca di CoReMaspiagge

LO STATO DI EROSIONE DELLE COSTE IN ITALIA:

2020

Cosa è successo al paesaggio costiero italiano?

Uno studio molto interessante e aggiornato al 2020 è nel dossier realizzato da CoRemaspiagge. Sono davvero impressionanti le immagine delle trasformazioni di molte spiagge italiane, sia per l'effetto dei cambiamenti climatici con l'innalzamento del livello delle acque, l'alternanza sempre più frequente delle maree, venti e piogge, sia per le azioni di manipolazione antropica per abusi o per inadeguatezza delle tecniche e delle tecnologie utilizzate per mitigare i fenomeni.

In questo dossier i dati più aggiornati a disposizione, e foto inquietanti di quello che stiamo perdendo.

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Confronti inquietanti:

Fregene 2010/2020

Quale è stata la causa principale che in 50 anni (1970-2020) ha triplicato i km di costa in erosione, provocando la scomparsa di almeno 40 milioni di metri quadrati di spiagge (40 kmq)?  

Una prima risposta a queste domande sta nel combinato disposto dei dati che emergono dalle due mappe tematiche che seguono (mappa del consumo di suolo nella fascia costiera e mappa della presenza di opere rigide nella fascia costiera) e dalla tabella successiva relativa alla presenza di infrastrutture portuali in s.l. lungo la costa italiana.

Suolo consumato entro i 300 metri dalla costa

Percentuale di suolo consumato sulla superficie comunale compresa nella fascia costiera di 300 metri al 2015.

Fonte: elaborazioni ISPRA su carta nazionale del consumo di suolo ISPRA-ARPA-APPA.  

 

Da questa recente mappa di ISPRA sopra riportata si ha una chiara evidenza dell’intensa antropizzazione della fascia costiera prossimale al mare e si comprende come siano praticamente scomparsi il 90% dei sistemi naturali di dune costiere che rappresentavano il lato terrestre del sistema costiero in equilibrio, oltre che una parte determinante del paesaggio costiero italiano e della biodiversità delle nostre coste.

Dati APAT (Ministero Ambiente - 2000). Nella figura qui sopra riportata è evidenziato il numero di strutture rigide presenti in ogni regione marittima.

Non esistono aggiornamenti ufficiali di questi dati, ma considerando che negli ultimi 20 anni lo Stato e le regioni in particolare mediamente hanno speso circa 100 milioni ogni anno per opere di difesa costiera, di cui almeno il 80% ha riguardato opere rigide (pennelli, barriere), possiamo affermare che ai circa 1.000 km lineari di barriere e pennelli costruiti attorno alla penisola fino all’anno 2000 (e censiti dall’APAT), se ne possono senz’altro aggiungere almeno altri 300 km messi in opera appunto negli ultimi 20 anni.

Abbiamo quindi circa 1.300 km di opere rigide che ingabbiano le nostre spiagge.

Ci sono situazioni di vere e proprie murature del litorale dovute alla presenza massiccia di pennelli, come sulla costa del Veneto, dove se ne contano più di 120 su di un tratto lungo 12 km (Pellestrina), mentre in Puglia se ne contano oltre 200 su 20 km, come si intravede dalle figure che seguono, riprese nel tratto di litorale che va da Margherita di Savoia a Manfredonia in Puglia, tratto peraltro interessato dalla ZPS delle “Saline di Margherita di Savoia”(rete NATURA 2000).

Tabella relativa alla presenza di infrastrutture portuali in s.l. lungo la costa italiana. Fonte: elaborazione Uniontrasporti su dati Osservatorio Nautico Nazionale

La profonda artificializzazione del litorale ha innescato fenomeni di erosione dovuti in sostanza alla alterazione della naturale dinamica litoranea. A questi fenomeni si è risposto con una serie a catena di opere rigide che hanno risolto ben poco dei problemi locali (e comunque temporaneamente) e hanno invece spostato via via l’erosione nel senso di scorrimento della corrente longitudinale litoranea di fondo.

Occorre anche sottolineare che da almeno 30 anni sono stati realizzati numerosi interventi cosiddetti morbidi, cioè di ricostituzione delle spiagge mediante ripascimenti, in particolare negli ultimi 20 anni mediante dragaggi di sabbie marine relitte. 

Sarebbe da approfondire in dettaglio la durata e la stabilità di questi ripascimenti, che spesso peraltro hanno interessato aree costiere già protette da opere rigide. Da una prima analisi ex-post degli interventi di ripascimento effettuati, sembra infatti che la alterazione della dinamica litoranea suddetta acceleri la dispersione dei sedimenti apportati.

Prima di effettuare si necessari ripascimenti sarebbe quindi necessario recuperare il naturale equilibrio del sistema costiero.

La spiaggia di Misano (Rimini): come una costa sabbiosa può essere trasformata in una rocciosa

La spiaggia di Margherita di Savoia, Foggia: un litorale massacrato dai pennelli

APPROFONDIMENTI REGIONALI

 

CoReMaspiagge ha realizzato schede di sintesi sul fenomeno dell'erosione costiera, in tutte le regioni italiane.

Di seguito, puoi prendere visione degli approfondimenti

e scaricare i singoli dossier.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE LIGURIA

 

QUADRO STORICO

La costa della Liguria ha una estensione di 350 km, con 108 km di costa bassa e 197 di costa alta (Dati Tnec 2018). Dalla prima analisi sullo stato di erosione dei litorali del 1970 (Commissione “De Marchi”) la costa ligure  presentava problemi di erosione delle spiagge per circa 8 km di litorale, (vedere figura sotto), già protetti al 90% con barriere di scogli: un piccolo tratto a est di Chiavari e altri tratti tra S. Bartolomeo al mare e Ventimiglia.

Circa 20 anni dopo, dai dati ricavati da APAT 1995 (oggi ISPRA – vedi figura a seguire), le coste in erosione ammontavano a 61 km (sestuplicati). E' stato il periodo della spinta artificializzazione del litorale, tra opere rigide e porti.

Fonte_ APAT (ISPRA) 1995

Sempre APAT 1995 ha censito anche il numero di opere rigide lungo i litorali italiani: la regione Liguria, con 990 opere rigide complessive è di gran lunga la regione con la maggior densità di barriere e pennelli lungo la costa, con un rapporto opere rigide/lunghezza della costa di 2,8. La seconda regione (la Puglia, che ha il doppio di Km), ha un rapporto di 1,2. Altre opere sono state costruite negli anni a seguire.

Fonte_ APAT (ISPRA) 1995

Nella monografia sullo stato dei litorali italiani del GNRAC (Gruppo Nazionale di Ricerca sugli Ambiti Costieri) pubblicata nella rivista “Studi Costieri” nel 2006, nella sezione relativa alla Liguria vengono stimati in erosione 31 km di litorale, con ben 116 km tra aree urbane e portuali.

A seguire, un breve stralcio tratto dalla stessa monografia:

“L’analisi della cartografia storica e l’esame delle fotografie aeree relative al periodo 1944 ÷ 2003 indica che su circa 94 km di spiagge (Ventimiglia-Bordighera, Alassio-Alberga-Ceriale, Savonese, Chiavari-Lavagna e le piccole piane minori tra cui quella di Levanto) il 33% (31 km) è in erosione, mentre il 49% (46 km) è stabile, grazie però a consistenti interventi antropici (difese rigide trasversali e longitudinali, oltre ai ripascimenti). Infatti solo il 21% delle spiagge liguri si trova in condizioni pressochè naturali, mentre il restante 79% è rappresentato da spiagge difese. Nonostante ciò, soltanto il 18% è costituito da spiagge in avanzamento, spesso grazie all’ immissione di sedimenti di ripascimento.”

 

Gli ultimi dati censiti dal Ministero Ambiente (Linee Guida Nazionali su erosione costiera- 2018 – vedere figura sotto) riportano in erosione 18 km di litorale (il 16,7% delle coste basse).

I Km di spiaggia in erosione sono quindi diminuiti negli ultimi 20 anni, anche perché si è intervenuti con diversi ripascimenti (1,5 milioni di metri cubi di sabbia dal 2003 al 2013 secondo i dati TNEC del Ministero Ambiente, ma almeno altrettanti dal 1985 al 2003) e questo ha lenito per un po’ le emergenze, ma sempre per lassi di tempo molto brevi, massimo 2-3 anni; e anche questo deve far riflettere.

Il dato che dovrebbe emergere, in una visione storica complessiva del contesto costiero ligure, è che dopo aver artificializzato quasi tutto il litorale, tra opere rigide di varia natura e porti (gli ultimi dati registrano la presenza di 41 opere portuali), abbiamo ancora il doppio della erosione degli anni 70.

Percentuale di costa in erosione

Fonte_ Ministero dell'Ambiente 2018

Negli ultimi 15 anni (sempre dati Ministero Ambiente) sono stati erosi circa 100.000 metri quadrati di arenile (come dire una spiaggia lunga 10 km e larga 10 metri), quasi tutti compresi nelle zone più turistiche e segnate dalla presenza di opere rigide, come Alassio, Lavagna, Albenga, S. Margherita Ligure, e recentemente anche Finale Ligure e Spotorno che fino a pochi anni fa avevano goduto di un avanzamento della spiaggia, anche grazie ai ripascimenti effettuati.

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

E NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO

Le mareggiate di ottobre 2018 e novembre 2019 hanno aggravato il quadro erosivo in diverse località, tra cui ancora Alassio, dove comune e regione stanno portando avanti un progetto da 24 milioni di euro per realizzare ripascimenti protetti al piede da opere rigide.

La regione Liguria è sicuramente una delle regioni più attive nel contesto della gestione delle coste.

E’ dotata da anni di un piano di tutela ambiente marino e costiero (PTMAC), ha partecipato a progetti europei a partire da “Beachmed”, fino all’ultimo progetto MAREGOT, di cui è Lead partner, un progetto Interreg transfrontaliero finalizzato alla prevenzione e gestione dei rischi derivanti da erosione costiera. Nel maggio scorso si è tenuta la conferenza conclusiva e le indicazioni progettuali in esso contenute, saranno adottate dalla regione. E’ uno studio dettagliato e apre anche a concetti legati alla rimozione e/o rivisitazione delle opere esistenti, anche se, come ad Albenga le opere rigide sembrano ritornare, come indicato sopra.

Il litorale di Alassio

Linea Ferroviaria presso Albenga

Un dato di fatto è evidente: Il sistema costiero non è in equilibrio da tempo, e sarebbe quindi fondamentale intervenire sulle cause scatenanti di questa erosione, la cui escalation è legata soprattutto alla presenza delle opere rigide realizzate ed alla conseguente alterazione della dinamica della corrente litoranea di fondo. E’ questa corrente che va riequilibrata. Anche la durata troppo limitata dei ripascimenti deve infatti  far riflettere sulla strategia da adottare.

L’incidenza sui fenomeni erosivi della costa della riduzione dell’apporto sedimentario dei fiumi  e dell’incremento del livello marino, è certamente sensibile, ma minoritaria rispetto agli effetti legati alla artificializzazione del litorale, dovuta alle opere portuali ed alle varie strutture rigide di “protezione”.

Occorrerebbe riflettere seriamente su nuovi interventi per semplificare e non complicare ulteriormente il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera della spiaggia sommersa, allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità, come oramai ampiamente dimostrato dalle cronache degli ultimi decenni.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE TOSCANA

 

QUADRO STORICO

La costa della Toscana ha una estensione di 379 km, con 201 km di costa bassa e 178 di costa alta (Dati Tnec 2018).

Dai dati ufficiali relativi allo Studio della Commissione De Marchi (1970) fenomeni di erosione accentuata erano già presenti in alcune zone del litorale, in particolare per 6 km a sud del porto di Marina di Carrara, 3 km a nord del porto di Viareggio e 4 km subito a sud della foce dell’Arno (Marina di Pisa). Tutti questi 13 km in erosione erano già in sostanza dotati di opere rigide (barriere e pennelli) per contenere il fenomeno. Altri tratti in erosione per altri 7 km circa erano presenti nel Golfo di Follonica, a Punta Ala e nella zona dell’Argentario (spiaggia della Giannella).

Nelle figure a seguire, a sinistra un particolare della cartografia tratta dallo Studio “De Marchi” del 1970, con evidenziato il tratto in erosione (in giallo) a sud del porto di Carrara e le opere rigide realizzate per cercare di contenere l’erosione. Nella figura a destra una foto con indicata, in rosso, la posizione della linea di riva nel periodo antecedente la realizzazione del porto, che risale agli inizi del 1900.

Anche gli altri tratti in erosione sopra citati sono sempre legati alla presenza di manufatti che hanno alterato sensibilmente l’equilibrio del trasporto delle sabbie lungo costa. Anche i porti minori, come ad esempio quelli di San Vincenzo, Marina di Grosseto, Salivoli, Cala Galera e Marina di Campo hanno innescato evidenti processi erosivi.

 

Dai dati ricavati da APAT 1995 (oggi ISPRA – vedi figura a seguire), ripresi dall’Atlante delle spiagge del CNR-MURST  (1997) e dalle elaborazioni della Università di Bari (G. Mastronuzzi 1995) e della Università “La Sapienza” di Roma (Proff. D’Alessandro e La Monica, 1999), dei 470 km complessivi della costa Toscana (inclusa quindi l’Elba e non le isole minori), il 30% era in erosione o minacciato di erosione e in particolare risultavano in erosione 122 km di costa bassa (sui 216 allora censiti) , pari al 57%.

APAT  (ISPRA) 1995

Nella monografia sullo stato dei litorali italiani del GNRAC (Gruppo Nazionale di Ricerca sugli Ambiti Costieri) pubblicata nella rivista “Studi Costieri” nel 2006, nella sezione relativa alla Toscana vengono stimati in erosione 77 km di litorale, con questa importante precisazione:

Una cartografia in scala 1:5.000 dell’evoluzione della linea di riva dal 1938 ad oggi consente di valutare che dei 191 km di litorale sabbioso continentale circa 70 sono in erosione. Questo dato, già preoccupante, non tiene conto del fatto che alcuni km della costa toscana, un tempo costituiti da spiagge sabbiose, sono oggi protetti da scogliere aderenti a ridosso di centri abitati e vie di comunicazione (Marina di Carrara e Marina di Pisa) o ospitano strutture portuali (Carrara e Viareggio), e pertanto sono stati esclusi dal computo delle spiagge. Inoltre, mentre le spiagge in avanzamento in genere registrano tassi di variazione di pochi centimetri all’anno, quelle in erosione subiscono arretramenti della linea di riva che, in molti casi, superano i 3 metri all’anno.

 

Dai dati APAT (oggi ISPRA) del 1995 risultavano costruite n. 604 opere rigide sul litorale toscano, per uno sviluppo di circa 60 km. Dopo 25 anni questo è certamente aumentato, ma non ci sono dati ufficiali di dettaglio.

Gli ultimi dati regionali pubblicati anche nelle Linee Guida Nazionali sulla erosione costiera (TNEC- 2018), sono riferiti al periodo 2005-2010 e riportano la presenza di 78,8 km di tratti di litorale in erosione (pari a circa il 39% del totale delle spiagge basse sabbiose), con una perdita di arenile nel periodo stimata in circa 800.000 metri quadrati. Dai dati ISPRA relativi agli ultimi 50 anni i metri quadrati di spiaggia erosa in Toscana ammontano a circa 4 milioni, che rappresenta un bene economico diretto del valore capitale complessivo di circa 6 miliardi di euro. A questi dati vanno aggiunte le problematiche erosive dell’Elba, che interessano oramai circa il 60% delle spiagge per una lunghezza complessiva di circa 10km, come risulta dallo studio “Beach erosion and protection in Tuscany”, redatto nel 2014 dalla regione Toscana con l’Università di Firenze.

L’incidenza sui fenomeni erosivi della costa della riduzione dell’apporto sedimentario dei fiumi  e dell’incremento del livello marino, è certamente sensibile, ma minoritaria rispetto agli effetti legati alla artificializzazione del litorale, dovuta alle opere portuali ed alle varie strutture rigide di “protezione”.

Negli ultimi anni il quadro è peggiorato, come testimoniano anche le più recenti cronache.

Tutto questo considerando che nel periodo dal 1980 al 2015 (sempre secondo i dati TNEC), sono stati realizzati  interventi di ripascimento sul litorale per un volume complessivo di circa 1 milione di metri cubi di sabbia e ghiaia e diversi interventi con altre opere rigide.

 

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

E NECESSITÀ  DI UN NUOVO APPROCCIO

Dal 2016 la regione ha aggiornato il suo Piano Coste per il periodo 2016-2033 per un importo di almeno 115 milioni di euro. La regione sicuramente interviene e in questa fase si stanno progettando interventi per almeno 22 milioni di euro che interessano una ventina di località, tra cui quelle con maggiori criticità quali Marina di Massa, Marina di Pisa, S.Vincenzo, Follonica, Cecina, Castiglion della Pescaia e Orbetello con la riviera della costa d’argento.

Spiaggia di Marina di Massa

Spiaggia di Orbetello

Si vuole rimarcare che diversi di questi interventi sono reiterazioni di interventi già realizzati e alcuni riguardano sempre le stesse zone già in crisi negli anni 70 e legati in sostanza agli “effetti collaterali” delle strutture portuali  e delle opere rigide poste in opera per curare questi effetti collaterali. Molti dei problemi attuali sono il risultato di interventi di difesa effettuati nei decenni passati per proteggere alcuni limitati tratti di litorale.

Un dato di fatto è evidente: Il sistema costiero non è in equilibrio da tempo, e sarebbe quindi fondamentale intervenire sulle cause scatenanti di questa erosione, la cui escalation è legata soprattutto alla presenza delle opere rigide realizzate ed alla conseguente alterazione della dinamica della corrente litoranea di fondo. Anche la durata troppo limitata dei ripascimenti deve far riflettere sulla strategia di fondo da adottare.

Gli interventi previsti dal nuovo Piano Coste e collegati al Piano Strategico di Sviluppo della Costa Toscana (2018), continuano però a seguire gli indirizzi operativi e le norme tecniche tradizionali, compreso il recente progetto “Ripascimento e riequilibrio dell'arenile di Castiglione della Pescaia”, scaturito dal “Documento operativo per il recupero ed il riequilibrio della fascia costiera”, nell’annualità 2016 e 2017, previsto dall’art. 18 della L.R. 80/15. In questo progetto che interessa 7 km di litorale a nord dell’abitato di Castiglione sono previsti infatti 17 pennelli e 4 barriere in scogli con diversi ripascimenti e 5 isole di sabbia sommerse.

 

Bisogna prendere atto che troppo spesso gli interventi di protezione dei litorali sin qui realizzati, hanno mostrato risultati ben al di sotto delle attese o hanno addirittura fallito l’obiettivo, con enorme spreco della risorsa pubblica e con impatti ambientali e paesaggistici devastanti.

 

Occorrerebbe riflettere seriamente su nuovi interventi per semplificare e non complicare ulteriormente il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità, come oramai ampiamente dimostrato dalle cronache degli ultimi decenni.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE LAZIO

 
 

QUADRO STORICO

 

Il litorale laziale si sviluppa complessivamente per 290 km, di cui 220 km sono coste basse sabbiose.

Dai dati ufficiali relativi allo Studio della Commissione De Marchi (1970) i fenomeni di erosione accentuata erano già presenti in diverse zone del litorale, specialmente quelle a più precoce sviluppo economico e turistico balneare e coinvolgevano circa 20-25 km di costa (il 10% circa del  litorale sabbioso).

Dai dati pubblicati dall’APAT (Ministero Ambiente) attorno al 1990 risultavano in erosione 77 km di litorale, mentre dai dati dell’”Atlante delle Spiagge” del CNR (1997) si evince che l’erosione interessava circa 117 km di litorale (il 54% del totale delle coste basse), dati confermati anche dal GNRAC (Gruppo Nazionale di Ricerca sugli Ambiti Costieri) nella rivista “Studi Costieri” sullo Stato dei litorali italiani (2006). E’ da rimarcare che almeno metà di questi tratti in erosione erano già stati “protetti” da opere rigide (pennelli, barriere radenti e scogliere), che attorno al 1997 ammontavano a circa di 460 di numero (dati APAT). All’anno 2000 secondo fonti ISPRA la regione Lazio aveva perduto circa 2 milioni di metri quadrati di arenile, che rappresenta un bene economico diretto del valore capitale complessivo di circa 3 miliardi di euro.

Gli ultimi dati regionali pubblicati anche nelle Linee Guida Nazionali sulla erosione costiera (TNEC- 2018), sono riferiti al periodo 2007-2012 e riportano la presenza di 103 km di tratti di litorale in erosione (pari a circa il 44% del totale delle spiagge basse sabbiose), con una perdita di arenile stimata in circa 200.000 metri quadrati/anno. 

La regione Lazio è stata indubbiamente una delle regioni che ha studiato più a fondo il problema della erosione costiera, promuovendo dagli inizi dell’anno 2000 diversi progetti europei ed attuando anche numerosi interventi di ripascimento. In realtà la struttura regionale deputata alla gestione dello stato dei litorali è stata smantellata negli ultimi anni, con un evidente peggioramento della situazione.

CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE  E NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO

Sono numerose le realtà litoranee sotto lo scacco della erosione, a partire dal litorale di Roma (Ostia), oggetto di numerosi interventi sia di opere rigide che di reiterati ripascimenti. In particolare su questi 10 km di litorale sono state realizzate opere rigide come barriere sommerse ravvicinate (Ostia Ponente) o distanziate (Ostia Centro), pennelli semisommersi (Ostia Ponente e centro), ripascimenti con sabbie da cave terrestri (Ostia Ponente e Centro), con sabbia da cave marine (Ostia Ponente e Levante).

Dal 1990 al 2015 (il periodo più importante per la mole di interventi) l’erosione complessiva del litorale di Ostia è passata da circa 50.000 mq a 120.000 mq. Dal 2016 al 2018 la situazione è ulteriormente peggiorata, riportando il litorale di Ostia tra le emergenze primarie della economia e della tutela ambientale della regione Lazio.

La regione Lazio, nel suo “Rapporto sulle criticità dei litorali laziali, sui criteri di priorità e sulla possibile programmazione degli interventi” del 2016, ha censito lo stato di crisi della costa laziale:  Oltre alla zona meridionale tra San Felice Circeo e Minturno, soggetta a reiterati collassi della linea di costa, uno dei punti più critici da anni è rappresentato  anche dal tratto del litorale di Fiumicino nella zona di Focene-Fregene, che nel periodo di studio di tale Rapporto (2005-2011), registra perdite di sabbie litoranee per circa 100.000 m3/anno, malgrado le opere rigide a difesa costruite nel periodo, anzi potremmo dire, soprattutto a causa delle opere rigide costruite.

Nel periodo dal 2011 sino ad oggi, come registrano anche le cronache recenti, la situazione è ulteriormente peggiorata e nella zona di Fregene sud (vedere l’area cerchiata in rosso nella Figura sottostante) si registra tra il 2015 e il 2018 una perdita di sabbie dal sistema litoraneo nell’ordine di mezzo milione di m3, con arretramenti della linea di riva maggiori di 100 metri. Tra il 2018 e il 2019 il peggioramento della erosione nel tratto prospiciente lo sbocco a mare del canale collettore delle acque alte, ha provocato l’ingressione dell’acqua marina nell’habitat retrostante, con gravissimi danni all’ecosistema: le cause di questo disastro sono legate alla presenza dei pennelli e delle scogliere costruite a sud, che hanno spostato verso nord il processo erosivo, accentuandolo a causa della accelerazione impressa alla corrente longitudinale (vedi immagini a seguire, con l’area in forte crisi erosiva cerchiata in rosso).

Su questo quadro drammatico appena descritto, si innesta poi il progetto del nuovo porto commerciale di Fiumicino: così come ora concepito, nella sua geometria e dimensioni, avrà un effetto di accentuazione del fenomeno erosivo su tutta la fascia costiera a nord, sempre legato alla accelerazione della corrente di fondo che scorre sotto costa  verso nord. Peraltro il nuovo assetto della corrente provocherà inevitabilmente la deposizione delle sabbie trasportate davanti all’ingresso del porto (effetto meandro), producendo un costante insabbiamento e una minore efficienza della navigabilità del porto stesso.

Un dato di fatto è evidente: Il sistema costiero non è in equilibrio da tempo, e sarebbe quindi fondamentale intervenire sulle cause scatenanti di questa erosione, la cui escalation è legata soprattutto alla presenza delle opere rigide realizzate ed alla conseguente alterazione della dinamica della corrente litoranea di fondo. Il fenomeno dell’innalzamento del livello marino (le cui incidenze significative sono a scala secolare) ed il minore apporto solido dai fiumi da soli non giustificano il grado di erosione registrato, come già rappresentato nel rapporto del GNRAC del 2006 sopra citato.

Il litorale di Fregene completamente eroso

Occorre riflettere quindi seriamente su nuovi interventi per semplificare e non complicare il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE CAMPANIA

 

QUADRO STORICO

 

La costa della Campania si sviluppa per 516 km, di cui 158 di costa bassa,  253 di costa alta e ben 105 km di costa fittizia  come porti, darsene e approdi e tratti costieri murati con scogliere radenti o muri in calcestruzzo. (Dati Tnec-Ministero Ambente 2018).

Dai dati ufficiali relativi allo Studio della Commissione De Marchi (1970), i fenomeni di erosione delle coste campane erano già presenti in diversi tratti del litorale, in particolare nelle aree interessate da opere infrastrutturali, quali porti e ferrovie e nelle zone già ad alto sviluppo turistico, come Ischia e Procida. Si stima che l’arretramento significativo della spiaggia interessasse almeno 60 km, il 50% dei quali già “protetti” da opere rigide.

Dai dati desunti dalla monografia sullo stato dei litorali italiani del GNRAC (Gruppo Nazionale di Ricerca sugli Ambiti Costieri) pubblicata nella rivista “Studi Costieri” nel 2006, nella sezione relativa alla regione Campania, vengono stimati in erosione 95 km di spiagge, pari al 42% delle coste basse campane, che secondo il GNRAC ammontano a 224 km, contro 256 km di coste alte.

 

Al di là della non linearità di lettura dei dati dalle diverse fonti (l’Atlante delle spiagge del CNR del 1997 parla di 44 km di erosione delle coste basse; L’Università la Sapienza di Roma nello stesso periodo parla di un 58% di rischio erosione di tutti i  350 km della Campania), quello che è fuori discussione è un tasso elevatissimo di consumo di suolo costiero ed una artificializzazione spinta di tutto il litorale, fattori che prevalgono - sugli effetti erosivi delle spiagge- rispetto alle concause legate al bradisismo di certe aree, ed alla forte riduzione dell’apporto solido di sedimenti al mare da parte dei corsi d’acqua.

Gli ultimi dati regionali pubblicati anche nelle Linee Guida Nazionali sulla erosione costiera (TNEC- 2018), riportano la presenza di 85 km di tratti di litorale in erosione, il 54% delle spiagge basse sabbiose (escluse le isole). Ma non si evidenzia che i 65 km censiti di opere radenti classificate come costa fittizia, sono in buona parte ex spiagge ora scomparse: Quindi una lettura più realistica dei dati sulle coste basse in erosione, porterebbe la loro percentuale in erosione a circa il 80%.

Nelle ISOLE la situazione non è migliore. Ischia in particolare vede tutte le spiagge in erosione e un parallelo alto tasso di artificializzazione del litorale. E’ in corso un appalto per la progettazione esecutiva per sistemare tutte le spiagge dell’isola (gestito dai comuni costieri che hanno siglato un Protocollo con la regione), ma è fermo da più di 1 anno: il Master Plan prevede l’intervento su 12 km di spiagge isolane (per un valore di circa 40 milioni di euro), con ripascimenti per circa 2,5 milioni di metri cubi di sabbie e non meglio precisati interventi di risagomatura delle numerose opere rigide esistenti.

Nelle Linee Guida del Ministero dell’Ambiente non sono riportate indicazioni circa atti pianificatori della regione legati alla difesa della costa. La regione ha però prodotto diversi piani stralcio sulle coste, ma tutti gli interventi sono unicamente centrati su opere rigide e qualche ripascimento. 

E questo malgrado che nel sito della Regione Campania, nel settore Difesa del Suolo, si legga, tra l’altro :

“Tale prevalente tendenza all’erosione delle coste campane, che fa seguito ad un periodo plurisecolare di progradazione, è da imputare principalmente ai seguenti fattori antropici:

  • la drastica riduzione dell’apporto di sedimenti a causa del prelievo di ghiaia e sabbia dall’alveo dei fiumi e dell’intrappolamento dei sedimenti nelle opere idrauliche (briglie, vasche, dighe e sbarramenti) realizzate per la sistemazione idrogeologica dei bacini;

  • la presenza di opere costiere (moli, barriere e pennelli) che modificano il flusso delle correnti, intercettano il materiale trasportato lungo riva nelle aree di “sopraflutto” (a monte) e non lo rendono più disponibile per le aree di “sottoflutto”(a valle delle opere stesse), nelle quali si innescano processi erosivi accelerati;

  • le colture intensive e l’espansione urbanistica, che hanno determinato la scomparsa del sistema delle dune costiere e della vegetazione, che costituivano il sistema di difesa naturale dalle mareggiate e il serbatoio di sabbia per la spiaggia.

CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE  E NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO

Nonostante quanto sopra riportato, la Giunta della regione Campania a Gennaio 2020 ha approvato un elenco di interventi di mitigazione del rischio di erosione costiera (a valere sull’asse 5, Obiettivo Specifico  5.1 del POR-FESR 2014-2020 per 4 milioni di euro e per 41 milioni di euro sul FSC 2014-2020 - di cui 1 milione di euro per Castel Volturno e 40 milioni per la costa salernitana più altri interventi minori di recupero di dissesto idrogeologico), interventi centrati sostanzialmente su nuove opere rigide (scogliere e pennelli). Il litorale domiziano, in particolare a Castel Volturno, negli ultimi 10 anni ha visto sparire intere spiagge fino ad un arretramento di 200-300 metri della linea di riva, proprio a causa dell’irrigidimento della costa.

La Giunta della regione, si legge nel comunicato n. 185 del 28 luglio 2020, ha approvato inoltre interventi per la protezione della costiera cilentana, dove sono previsti lavori (centrati su nuove opere rigide e sistemazione di quelle esistenti) per circa 20 milioni di euro tra i comuni di Camerota, Vibonati e Sapri.

Nella perseverante continuità della artificializzazione del litorale, da ricordare infine che sta procedendo l’appalto del cosiddetto “Grande Progetto del Golfo di Salerno”, che prevede una artificializzazione molto spinta di circa 40 km del litorale della piana del Sele. Il progetto del valore di 70 milioni di euro finanziato anche con fondi europei, prevede la messa in opera di 1,2 milioni di tonnellate di massi, tra pennelli e barriere, oltre che un primo intervento di ripascimento di circa 200.000 mc di sabbia. Un’opera faraonica che non affronta in modo organico le problematiche dell’area e che peggiorerà la situazione di erosione del litorale, oltre che creare un impatto paesaggistico ed ambientale rilevante.

Dai dati ISPRA e Ministero dell’Ambiente sino al 2005 la regione ha realizzato circa 800 opere rigide sul proprio litorale e ha visto scomparire circa 2 milioni di metri quadrati di spiagge: per avere una idea di questo numero si pensi ad un litorale lungo 100 km e largo 20 metri.

Marina Bagnara di Castel Volturno (CE)

Erosione costiera strada Mingiardo – Camerota (SA)

Stando ai dati del GNRAC del 2006, solo nel golfo di Napoli sono state censite 328 opere marittime e 28 porti.  Il litorale napoletano/vesuviano (sub-unità fisiografica del golfo di Napoli) si estende per 79 km di cui 60 km protetti ed ha un indice strutturale (rapporto tra l’estensione della costa sottesa dalle opere antropiche e l’estensione totale della costa) di 0,75, secondo solo al golfo di Pozzuoli con indice di 0,81 ( rif. Il catalogo delle opere di difesa della regione Campania – Studi Costieri 2008).

Occorrerebbe riflettere molto seriamente sui nuovi interventi previsti che andranno a complicare ulteriormente il sistema naturale costiero che oramai non ha nulla di veramente naturale. Servirebbe attivare un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, laddove ancora possibile, ed evitando ulteriori irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità/resilienza, come oramai ampiamente dimostrato dalle cronache degli ultimi decenni e ampiamente riportato anche nei documenti ufficiali della regione.

Spiaggia di Villammare (SA)

 

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE BASILICATA

QUADRO STORICO

La Basilicata ha un litorale che si affaccia senza continuità e per poche decine di chilometri sui mari Ionio e Tirreno. I due tratti costieri hanno caratteristiche geologiche e fisiche molto differenti. Il primo, che si sviluppa sul margine nord occidentale del Golfo di Taranto, è caratterizzato da spiagge basse con grande continuità, mentre il secondo, che si estende in corrispondenza del Golfo di Policastro, presenta una costa prevalentemente alta e rocciosa e con brevi tratti di spiagge di ciottoli e sabbie.

Per la natura fisica dei due tratti costieri è chiaro che la costa bassa del metapontino è quella più sensibile a possibili problemi erosivi.

Dai dati ricavati dallo Studio della Commissione De Marchi (vedi Figura 1), datata al 1968, questo tratto di costa bassa non risulta sostanzialmente in erosione e in molti tratti si registra un avanzamento della linea di riva. Nella Figura 2 (rif. Atlante delle Spiagge del CNR), riferita a circa venti anni dopo, tutto il tratto del litorale ionico della Basilicata risulta in erosione, come si evince in modo più dettagliato dalla Figura 3, tratta dal volume monografico del 2006 del GNRAC (“Lo stato dei litorali italiani”), dove si evidenzia che dei 38 km della costa ionica, ben 28 sono in erosione (circa il 70%).

1_ Dati erosione coste Comm.ne De Marchi

     2_ Dati erosione coste Atlante Spiagge           

3_ Dettaglio del rischio di erosione del litorale ionico della Basilicata (Studi Costieri)

Le ragioni all’origine di tale disastro stanno nei numeri ufficiali, ripresi anche negli atti del convegno “L’arretramento della costa ionica della Basilicata: complessità, studi, azioni” a cura del Prof. G. Spilotro, con il patrocinio della regione Basilicata, della Università della Basilicata, di SIGEA e di Metapontum Agrobios. In sostanza tra la fine degli anni 50 e gli anni 70 del secolo scorso, sono stati realizzati grandi invasi artificiali su 4 dei 5 fiumi che interessano l’area (Sinni, Agri, Basento e Bradano), che trattengono in media 5 milioni di metri cubi/anno di materiali inerti.

Nel periodo 1965-1977 sono stati ufficialmente estratti inerti dalle aree alluvionali dei fiumi suddetti per almeno 35 milioni di metri cubi, tra cui molta sabbia.

E’ fuori di dubbio che si è venuto a creare un deficit sedimentario di sabbia nella zona litoranea, dove si è creato un nuovo equilibrio, con conseguente forte arretramento della linea di riva, che in lunghi tratti è arretrata anche di 100-150 fronte mare e in molti casi ha oramai intaccato le dune costiere e le aree forestate retrostanti.

Gli interventi realizzati sino ad ora per mitigare questo grave dissesto del litorale risultano però un rimedio peggiore del male.

Siamo alle prese infatti con i soliti interventi emergenziali basati in sostanza sul posizionamento di barriere radenti, scogliere e pennelli che hanno peggiorato la situazione invece di migliorarla, sia nei tratti “protetti” che in quelli adiacenti.

Nelle “Linee Guida per la Difesa della Costa dai fenomeni di Erosione e dagli effetti dei Cambiamenti climatici. Versione 2018 - Documento elaborato dal Tavolo Nazionale sull'Erosione Costiera MATTM-Regioni con il coordinamento tecnico di ISPRA, i dati sulla erosione della costa ionica (Figura 4) sono rimasti in pratica gli stessi, malgrado o forse proprio a causa degli interventi realizzati. Dalle Tabelle di queste Linee Guida si evince che le coste basse sono 43 km e quelle alte 29 km, oltre a 12 km di costa fittizia rappresentata in sostanza dalle opere portuali, che presentano peraltro notevoli problemi di insabbiamento delle imboccature.

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

Nel tratto tirrenico della regione si registrano criticità per rischio geologico di crolli delle coste alte e il 90% del litorale risulta a rischio per la presenza di insediamenti turistici.

Nella figura a seguire si riporta l’immagine ripresa da Google Earth del litorale ionico della Basilicata, un litorale la cui vocazione turistica è fortemente penalizzata dalla crisi regressiva generalizzata della linea di riva. I tratti indicati dai cerchi rossi sono quelli più a rischio, in accordo sia con i dati derivanti dagli studi prima citati, ma anche dai riferimenti del Piano Regionale di Difesa delle Coste. Si tratta delle zone tra Policoro e Nova Siri (a sud) e tra Scanzano Ionico e Lido di Metaponto (a nord), dove negli ultimi 10 anni si registrano arretramenti da 1 a 3 metri all’anno di fronte mare.

Il litorale ionico e le aree a maggior tasso di erosione

NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO SISTEMICO ALLA PROTEZIONE COSTIERA

E’ oramai comprovato da ampia letteratura tecnica internazionale che troppo spesso gli interventi di protezione dei litorali con opere rigide hanno ottenuto risultati ben al di sotto delle attese o hanno fallito addirittura l’obiettivo, con enorme spreco di risorse pubbliche e con impatti ambientali e paesaggistici spesso devastanti.

Per l'erosione della costa jonica a Metaponto però la Regione Basilicata ha in cantiere un investimento di nove milioni di euro per due progetti di riduzione degli impatti con la realizzazione di altre tre barriere, in aggiunta alle undici già collocate da alcuni anni.

Questo ingente investimento di risorse pubbliche non tiene in minima considerazione gli errori conclamati del passato e ripresi peraltro in molte delle pubblicazioni e dei report ufficiali qui richiamati.
 

Occorre invece attivare una pianificazione degli interventi per semplificare e non complicare il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie (che in questo tratto costiero scorre da sud-ovest verso nord-est), con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità.

 

Nel caso della regione Basilicata occorre anche attivare una politica di gestione del territorio funzionale al ripristino dell’equilibrio del sistema naturale di trasporto e sedimentazione del materiale sabbioso verso il mare, gravemente compromesso dalle scelte pianificatorie degli anni 60-80 del XX secolo.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE CALABRIA

 

QUADRO STORICO

La costa della Calabria si sviluppa per 710 km, di cui 457 di costa bassa e 253 di costa alta. (Dati Tnec 2018). Dai dati ufficiali relativi allo Studio della Commissione De Marchi (1970) fenomeni di erosione accentuata erano già presenti in diverse zone del litorale, in particolare nelle aree interessate da opere infrastrutturali, quali porti, autostrade e ferrovie. SI stima che l’arretramento significativo della spiaggia interessasse circa 170 km.

Sulla base dei dati analizzati dai Proff. D’Alessandro e La Monica della Università degli Studi “La Sapienza” di Roma per il periodo 1970-1990, si evince che sui 690 km di coste il 67% (pari a 460 km) era a rischio erosione.

Nella Figura a seguire, tratta dallo studio del 1998 del CNR-Gruppo Nazionale per la Difesa dalle Catastrofi Idrogeologiche (GNDCI), si evidenziano i livelli di rischio delle aree costiere, rilevando anche la presenza delle opere rigide di difesa già costruite. Secondo fonti APAT (oggi ISPRA) del 1995 lungo le coste calabre erano già state costruite 494 opere rigide tra pennelli e scogliere.

Classi di rischio dei litorali

GNDCI (1998)

Dai dati desunti dalla monografia sullo stato dei litorali italiani del GNRAC (Gruppo Nazionale di Ricerca sugli Ambiti Costieri) pubblicata nella rivista “Studi Costieri” nel 2006, nella sezione relativa alla Calabria vengono stimati in erosione 300 km di spiagge su di un totale di coste basse di 690 km.

Gli ultimi dati regionali pubblicati anche nelle Linee Guida Nazionali sulla erosione costiera (TNEC- 2018), sono riferiti al periodo 1985-2013 e riportano la presenza di 278,8 km di tratti di litorale in erosione, pari a circa il 61% del totale delle spiagge basse sabbiose,  indicato in 457 km, mentre le spiagge alte sarebbero 253 km. Al di là della complessità della situazione, un confronto ragionato sui numeri ci conduce ad una considerazione importante, tenendo conto (sempre dati TNEC-2018) che nello stesso periodo 1985-2013  l’area di spiaggia erosa è stimata in 6,5 milioni di metri quadrati.

L’ordine di grandezza del fenomeno erosivo ha comportato, data anche la particolare morfologia delle coste calabre, la perdita di almeno 200 km di coste basse negli ultimi 30 anni con un arretramento medio di circa 25 metri, che ha indirettamente prodotto infatti un incremento delle coste alte nel periodo considerato di circa 150-200 km (coste basse che sono diventate coste alte per la scomparsa della spiaggia). Tutto questo nonostante nel rapporto TNEC si riporti che vi sono 178 km di spiagge in accrescimento con 5,5 milioni di metri quadrati di nuove spiagge. Lo squilibrio della dinamica costiera appare comunque evidente.

Nel periodo 2008-2013 (fonte TNEC-2018) sono stati anche realizzati ripascimenti per 1,2 milioni di metri cubi e diversi interventi con altre opere rigide. Negli ultimi anni il quadro è peggiorato, come testimoniano anche le più recenti cronache.

L’incidenza sui fenomeni erosivi della costa della riduzione dell’apporto sedimentario dei fiumi  e dell’incremento del livello marino, è certamente sensibile, ma minoritaria rispetto agli effetti legati alla artificializzazione del litorale, dovuta alle opere portuali ed alle varie strutture rigide di “protezione”.

CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE  E NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO

La regione Calabria non ha un vero e proprio Piano di Gestione Integrata delle Zone Costiere. Nel 2006 ha siglato un APQ (Accordo di Programma Quadro) sulla erosione costiera con il Ministero dell’Ambiente e quello dello Sviluppo Economico per un valore di 45 milioni di euro, con i quali sono stati programmati e realizzati n. 47 interventi lungo i litorali a maggior rischio di erosione, sempre nella logica di interventi con opere rigide e ripascimenti.  Stessa logica anche per un secondo APQ di 41 milioni di euro del 2013, che prevedeva la realizzazione di 15 interventi, peraltro ancora non completati.

Nel 2013 la Autorità di Bacino Regionale (ABR) ha avviato un’azione con gli Uffici regionali per la redazione del “Master Plan degli interventi di mitigazione del rischio di erosione costiera in Calabria”. Programmazione che interessa circa 100 km di litorale per un costo previsto di circa 600 milioni di euro. Con Delibera di Comitato Istituzionale n. 4 dell’11 aprile 2016 è stato adottato il “Piano di Bacino Stralcio di Erosione Costiera” (PSEC), aggiornato conformemente alle osservazioni accolte in fase di concertazione con i Comuni, le Province e gli enti territoriali interessati. La Deliberazione della Giunta Regionale n.355 del 31.07.2017 ha approvato il programma  di n. 19 interventi di mitigazione del rischio idrogeologico ed erosione costiera, per un valore di 65 milioni di euro da finanziare nell'ambito di due fonti di finanziamento:

  • FSC 2014/2020 di cui alla Delibera CIPE 26/2012 (Patto per la Calabria)

  • Azione 5.1.1 del POR FESR Calabria 2014/2020

 

Per gli interventi previsti, da realizzare in 15 delle 21 macro-aree regionali di analisi individuate dalla ABR, sono in corso solo ora i primi bandi per l’affidamento della progettazione, che sulla base del documento preliminare, del PSEC e del Master Plan, porteranno dal progetto di fattibilità tecnico-economica, alla progettazione definitiva ed esecutiva. Il tutto con il rischio di perdere la quota parte dei fondi europei. Si tratta di 15 lotti che interessano circa 20 km di litorali. Anche in questo caso l’approccio progettuale delineato è centrato ancora sulla ulteriore costruzione di opere rigide e di locali ripascimenti.

Le opere portuali esistenti interessano, in particolare, la fascia ionica e del basso Tirreno. I porti più importanti sono quelli di Gioia Tauro, Vibo Valentia, Reggio Calabria, Villa San Giovanni, Corigliano e Crotone, aree dove si tocca con mano la relazione esistente tra le infrastrutture portuali, il loro insabbiamento ed i fenomeni erosivi adiacenti. E questo accade anche per porti minori: la spiaggia di Sant’andrea Apostolo sullo Jonio (CZ), a causa del vicino porto di Badolato che accumula sabbia, insabbiandosi, si e’ ridotta in 5 anni di 150 metri e in pratica non esiste più.

 

Un altro caso clamoroso del doppio problema interconnesso erosione-insabbiamento, riguarda il litorale nell’intorno della foce dello Stombi, un poto-canale che rappresenta un punto strategico per tutta l’area, in quanto è la via di accesso al grande complesso turistico-ricreativo del “Laghi di Sibari”.

La zona della Calabria maggiormente soggetta ad interventi di ripristino di opere di difesa esistenti e di costruzione ex-novo è quella tirrenica, ma i fenomeni di erosione interessano fortemente anche la costa ionica e le località interessate sono davvero tante, con forti impatti ambientali e paesaggistici e grosse ripercussioni sulle attività economiche, specialmente quelle legate al turismo balneare.

Tratto del litorale di Fuscaldo (CS)

Erosione sulla SS 18 tirrenica tra Falerna e Nocera (CZ)

L’incessante arretramento della costa comporta la scomparsa delle spiagge ed un continuo indebolimento delle infrastrutture retrostanti, siano esse strade, case, binari, stabilimenti balneari e fabbricati in genere.

Bisogna prendere atto che troppo spesso gli interventi di protezione dei litorali sin qui realizzati, hanno mostrato risultati ben al di sotto delle attese o hanno addirittura fallito l’obiettivo, con enorme spreco della risorsa pubblica e con impatti ambientali e paesaggistici devastanti.

 

E’ da segnalare che proprio in Calabria è stata emanata la prima sentenza a livello nazionale con risarcimento danni causati dalla presenza di opere rigide di difesa della costa. Si tratta della sentenza n. 47/2016, pubblicata il 16 gennaio 2016, RG n. 1309/2007. Con tale sentenza, che riguarda le opere realizzate sulla costa del Comune di S. Lucido (CS), sono stati condannati per danno ambientale (stimato 1.778.000 euro) il Comune di S. Lucido e la RFI (Rete Ferroviaria Italiana).

 

Occorrerebbe riflettere seriamente su nuovi interventi per semplificare e non complicare ulteriormente il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità, come oramai ampiamente dimostrato dalle cronache degli ultimi decenni.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE PUGLIA

 

QUADRO STORICO

La costa della Puglia si sviluppa per 995 km, di cui 370 di costa bassa e 533 di costa alta.(Dati Tnec-Ministero Ambente 2018).

Dai dati ufficiali relativi allo Studio della Commissione De Marchi (1970), i fenomeni di erosione delle coste pugliesi erano presenti in pochi tratti del litorale, in particolare nelle aree interessate da opere infrastrutturali, quali porti e foci armate. Si stima che l’arretramento significativo della spiaggia interessasse non più di 40 km (Vedi figura).

Foce torrente Saccione – esempio di foce armata

     con alterazione della dinamica sedimentaria

I 40 km di spiagge arretrate

L’evoluzione del litorale è stata fortemente influenzata sin dagli anni 50 del secolo scorso sia dalla rimozione della duna costiera sia dalla costruzione di importanti opere a mare, come ad esempio il porto di Margherita di Savoia, che ha alterato il flusso dei sedimenti lungo riva, dando origine ad una serie di opere rigide verso nord, in particolare più di 200 pennelli in scogli, che hanno causato un impatto ambientale e paesaggistico enorme, senza risolvere il problema.

Una prima conclusione su queste opere realizzate che hanno massacrato il litorale per 25 Km da Margherita di Savoia sino a Manfredonia, l’ha tratta la stessa regione Puglia e si può leggere nella immagine qui sotto riportata.

Porto di Margherita di Savoia

Si tenga presente che il tratto in forte erosione a nord del Porto ha una valenza ambientale notevolissima per la presenza di stagni, saline, cordoni dunari, ecc. che sono quindi a fortissimo rischio.

 

 

Dai dati desunti dalla monografia sullo stato dei litorali italiani del GNRAC (Gruppo Nazionale di Ricerca sugli Ambiti Costieri) pubblicata nella rivista “Studi Costieri” nel 2006, nella sezione relativa alla regione Puglia, vengono stimati in erosione 195 km di spiagge, pari al 65% delle coste basse pugliesi, che secondo il GNRAC ammontano a 302 km, contro 563 km di coste alte.

Quindi nel giro di circa 30 anni i litorali in erosione si sono quintuplicati. E’ evidente che l’incidenza su questi fenomeni erosivi della riduzione dell’apporto sedimentario dei fiumi  e dell’incremento del livello marino è presente, ma con un impatto minoritario rispetto agli effetti legati alla artificializzazione del litorale ed all’uso del suolo, dovuta alle opere portuali ed alle varie strutture rigide di “protezione”.

In questo rapporto GNRAC del 2006 si evidenzia anche che oltre il 50% del litorale pugliese è interessato da opere di urbanizzazione ubicate nella fascia dei primi 100 m dal mare. Limitando l’analisi agli interventi di interesse strettamente marittimo, si segnala la presenza, lungo l’intera costa, di numerosi approdi e porti destinati alla nautica da diporto, oltre alla presenza di più di 1.000 unità di strutture rigide per la cosiddetta protezione costiera (dati Apat – Ministero Ambiente, la Puglia è seconda solo alla Sicilia con le sue 1.500 strutture rigide di difesa costiera).

In questi ultimi 20 anni il consumo di suolo, anche costiero, è aumentato almeno del 20% e le opere rigide si continuano a costruire, malgrado le evidenze conclamate dalla stessa regione della loro inutilità e dannosità.

Gli ultimi dati regionali pubblicati anche nelle Linee Guida Nazionali sulla erosione costiera (TNEC- 2018), sono riferiti solo al 2008 e riportano la presenza di 375 km di tratti di litorale in erosione. Il dato non è chiaro, poiché sembra riferirsi anche ad una parte delle coste alte (falesie) : di queste infatti ne vengono indicate in arretramento circa 137 km. Quindi le spiagge basse sabbiose in erosione sarebbero circa 238 km, cioè il 65% del totale dei 370 km di coste basse complessive. Al di là della complessità della situazione e di un confronto con i numeri non sempre lineare, il dato certo è che l’erosione delle spiagge è aumentata e che ai quasi 4 km quadrati (4 milioni di metri quadrati) di spiaggia erosi secondo ISPRA al 2005 (vedere figura a seguire dove i numeri rappresentano i km quadrati), altre centinaia di migliaia di metri quadrati se ne saranno aggiunte negli ultimi anni.

Fonte: elaborazione su dati ISPRA

CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE  E NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO

Sin dagli inizi degli anni 2000 (anche tramite accesso ai fondi POR 2000-2006), la regione Puglia si è dotata di diversi studi sullo strato della erosione delle coste e di linee guida per la individuazione degli interventi. L’Autorità di Bacino e il Politecnico di Bari sono stati da sempre gli Enti coinvolti negli studi e nelle direttive per le opere da realizzare.

Il Piano regionale delle coste (PRC) con le norme tecniche di attuazione risale al 2011, ma molti comuni non lo avevano ancora adottato nel 2018. Nel marzo 2020 la giunta regionale ha approvato le linee guida per gli interventi per mitigare le criticità delle coste basse pugliesi, redatte dal Politecnico di Bari su incarico dell’Autorità di bacino della Puglia.

Tutta questa progettualità è comunque centrata in sostanza sullo studio del rischio costiero, basato spesso sugli esiti di una modellistica matematica e fisica, che ha mostrato grandi limiti nel rappresentare la realtà complessa dell’ambito costiero.

Per la pianificazione, con la partita dei fondi europei 2014/2020 sono stati investiti decine di milioni di euro contro l'erosione costiera, mentre 15 milioni sono stati già impegnati sull'accordo di programma per la riqualificazione della costa nella BAT (Barletta-Andria-Trani). La filosofia di base per affrontare la erosione non è cambiata, come dimostra in modo lampante il progetto della città di Brindisi che per “proteggere” il tratto di costa (falesia)  nei circa 10 km tra l’isola di Apani e Punta Penne, ha previsto la costruzione di 58 dighe a scogliera sommersa, inserendo il progetto nel contratto istituzionale di sviluppo, da presentare  alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, con una previsione di spesa di 25 milioni di euro!

E l’approccio tradizionale non cambia in sostanza neanche per l’ultimo progetto “STIMARE”, partito nel gennaio 2019 con un finanziamento di 350.000 euro del Ministero dell’Ambiente e che vede coinvolti il politecnico di Bari, la Università di Bologna, i comuni di Cervia, Riccione e Margherita di Savoia, oltre ad una sessantina di lidi balneari pugliesi. L’obiettivo è sempre quello di contrastare il rischio di erosione costiera attraverso monitoraggi e ricostruzioni sperimentali della spiaggia, con piccoli prelievi dai fondali medio bassi prospicienti la costa. Una specie di manutenzione stagionale, già prevista peraltro dal DM 173/2016 (ripristini degli arenili).

Erosione e scogliere radenti a Fasano (BR)

La spiaggia di Porto Cesareo (LE)

Waterfront San Girolamo (BA)

Spiaggia di Torre dell’Orso (LE)

Bisognerebbe prendere atto in modo definitivo (come è stato fatto a parole nel Piano Coste del 2011), che troppo spesso gli interventi di protezione dei litorali sin qui realizzati, hanno mostrato risultati ben al di sotto delle attese o hanno addirittura fallito l’obiettivo, con enorme spreco della risorsa pubblica e con impatti ambientali e paesaggistici devastanti.

Occorrerebbe riflettere seriamente su nuovi interventi per semplificare e non complicare ulteriormente il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità, come oramai ampiamente dimostrato dalle cronache degli ultimi decenni.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE MOLISE

 

QUADRO STORICO

Dai dati e dalla cartografia prodotti dallo Studio della Commissione de Marchi (dati riferiti agli anni 60 del secolo scorso) il tratto Molisano risulta ben poco in erosione, se si eccettuano alcune zone a sud di Termoli.

Allegati cartografici dello Studio della Comm.ne De Marchi /cartografia n. 33.

In arancione i tratti in erosione. Le linee blu rappresentano i confini regionali.

 I dati pubblicati negli anni 90 del secolo scorso dal Servizio Difesa delle coste del ex APAT (oggi ISPRA) riportano per il Molise 13 km di costa bassa in erosione.

APAT (erosione coste -1990)

Dalla monografia relativa al Molise pubblicata dalla rivista “Studi Costieri” nel 2006 si legge:

Lunghezza del litorale 36 km

Costa alta 14 km

Costa bassa 22 km

Spiagge in erosione 20 km

“Il litorale molisano è caratterizzato da un orientamento prevalente circa NW-SE e dall’alternarsi di tratti di costa bassa ed alta. La costa alta è presente unicamente nel settore centrale, ed è in prevalenza rappresentata da una tipica morfologia a terrazzo.

A partire dal 1954 l’intero litorale molisano è soggetto ad una diffusa e persistente tendenza all’arretramento, cui corrisponde nel periodo 1954 ÷ 1992 una perdita di ca. 750.000 m2 di spiaggia. I tratti costieri più colpiti sono quelli che includono le foci dei fiumi Trigno e Biferno, a testimonianza dell’importanza degli apporti fluviali alle foci – sempre più ridotti a causa della realizzazione di dighe e traverse fluviali, delle sistemazioni idraulico-forestali dei bacini idrografici e dei prelievi di inerti dagli alvei – ai fini del bilancio sedimentario costiero.

Alle evidenti e crescenti tendenze all’arretramento si è cercato di porre freno attraverso la costruzione, nel corso soprattutto degli ultimi decenni, di opere di difesa costiera costituite prevalentemente da scogliere frangiflutti e pennelli. Attualmente circa il 70% del litorale molisano, pari a 25 km, risulta protetto da barriere longitudinali, generalmente distaccate, e talora disposte in più file, con una netta prevalenza delle scogliere emerse rispetto a quelle soffolte. Ciò nonostante, la tendenza all’arretramento persiste largamente e il bilancio complessivo al 2003 è di circa 1.200.000 m2 di spiaggia perduta.

Il periodo 1992 ÷ 2003, che ben rappresenta anche le tendenze evolutive più recenti del litorale molisano, è caratterizzato quindi da una generale accelerazione dei fenomeni di erosione, cui corrispondono localizzati arretramenti anche superiori ai 20 m/a. Tali processi stanno attualmente mettendo in grave pericolo soprattutto le attività ed i stabilimenti balneari, ma anche alcune strutture come l’idrovora di Montenero di Bisaccia, nonché i pochi sistemi dunali conservatisi lungo il litorale molisano, come quelli presenti a ridosso delle spiagge di Marinelle e di Campomarino, che rientrano rispettivamente nei Siti di Interesse Comunitario (SIC) di Montenero di Bisaccia e di Campomarino.

Le scogliere, pur avendo spesso effetti positivi – normalmente però strettamente limitati ai tratti di litorale protetti che ne hanno beneficiato in termini di stabilizzazione e avanzamento come ad esempio nel caso delle spiagge di Petacciato e di Campomarino – hanno in genere favorito l’innesco di fenomeni erosivi sui tratti adiacenti non protetti e quindi portato ad un semplice spostamento dei processi erosivi, richiedendo ulteriori interventi.”

Se ci riferiamo alle spiagge basse sabbiose, che sono quelle veramente interessate dall’arretramento, risultano in erosione il 91% delle spiagge. Se rapportiamo i 20 km di erosione al totale della costa, la erosione risulta del 54%. La morale è che quasi tutte le spiagge sabbiose nonostante la totale copertura “protettiva” delle scogliere e dei pennelli, risulta in erosione.

 

La monografia di “Studi Costieri” continua inoltre: “Oltre ad avere influenzato notevole l’andamento della linea di riva, le scogliere hanno anche contribuito visibilmente ad una modificazione delle condizioni idrodinamiche e morfologiche della spiaggia sommersa antistante, esponendola a fenomeni locali, spesso molto rapidi, di erosione e di accumulo.

Così, lungo i tratti protetti, i fondali sono caratterizzati generalmente da pendenze piuttosto elevate e normalmente superiori all’1% nella fascia compresa tra 0 e 2 m di profondità, e tendono, come hanno evidenziato recenti attività di monitoraggio, ad incrementare le loro pendenze, a conferma di una condizione di crescente destabilizzazione dovuta a processi di erosione piuttosto spinti a ridosso ed in particolare alla base delle scogliere. 

Alterazioni evidenti della originaria linea di riva interessano anche i tratti costieri dotati di strutture trasversali (argini armati, pennelli) che ostacolano visibilmente il flusso naturale dei sedimenti lungo costa dando luogo a localizzati fenomeni di accumulo e di erosione.

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Esempi di difesa costiera lungo la spiaggia di Rio Vivo, rappresentati (A) da una barriera di massi a protezione delle abitazioni e (B) da una doppia scogliera indicata attraverso le due frecce.

Tratto dall’articolo di P. Aucelli e C. Rosskopf  “L’evoluzione recente della costa molisana (Italia meridionale)” – 2004

La dinamica del litorale molisano risulta infine condizionata anche dalla presenza delle strutture portuali di Termoli, costruito intorno al 1900 e di Campomarino, costruito attorno al 1995.

 

Entrambi i porti hanno contribuito alla accelerazione dei fenomeni erosivi nel loro intorno e da diversi anni risultano essere interessati da un fenomeno progressivo di interrimento della loro imboccatura.

 

 

Nelle “Linee Guida per la Difesa della Costa dai fenomeni di Erosione e dagli effetti dei Cambiamenti climatici. Versione 2018 – Documento elaborato dal Tavolo Nazionale sull’Erosione Costiera MATTM-Regioni con il coordinamento tecnico di ISPRA, si rappresenta una situazione sostanzialmente invariata (Figura 4), nonostante negli ultimi 10-15 anni siano stati realizzati ulteriori interventi di opere rigide (soprattutto di risistemazione e rifiorimento delle scogliere esistenti), il tutto nella mancanza di un Piano regionale di gestione e tutela delle coste.

Risulta peraltro curioso il fatto che, mentre tutti i dati ufficiali precedenti (CNR, GNRAC) confermano che la regione ha 36 km di litorale di cui circa 14 km di costa alta e 22 km di cost bassa, dalle Linee Guida suddette risulta che la regione ha 33,59 km di costa bassa, 0,59 km di costa alta e 1,53 di costa fittizia : in tal modo il rapporto tra km di costa bassa in erosione (19 km) e km di costa bassa complessivi risulta essere del 52,8% , contro tutte le statistiche precedenti che registrano un 90% di coste basse in erosione.

Come si siano trasformate le coste alte e le falesie in coste basse sabbiose nel volgere di circa 20 anni è un mistero geologico o forse più semplicemente solo un errore numerico.

In ogni modo nelle Linee Guida suddette non ci sono dati aggiornati sullo stato erosivo del litorale dopo l’inizio degli anni 2000.

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

Dagli anni 50 del secolo scorso si è dato avvio alla quasi totale artificializzazione del litorale (tra barriere, pennelli e porti), con un progressivo incremento dei tratti di litorali in erosione. Dalle informazioni desunte dalla stampa e dai rappresentanti dei concessionari balneari, tutte le coste basse presentano tutt’oggi problemi di arretramento, in particolare le spiagge a nord e a sud di Termoli e quelle nella zona del comune di Campomarino.

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Principali tratti in erosione nella costa molisana

NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO SISTEMICO ALLA PROTEZIONE COSTIERA

Anche nel caso della regione Molise la progressiva artificializzazione del litorale è la causa primaria della estensione e progressione dei processi erosivi e tale consapevolezza dovrebbe indirizzare gli enti preposti a modificare l’approccio alla protezione delle spiagge.

E’ oramai comprovato infatti da ampia letteratura tecnica internazionale che troppo spesso gli interventi di protezione dei litorali con opere rigide hanno ottenuto risultati ben al di sotto delle attese o hanno fallito addirittura l’obiettivo, con enorme spreco di risorse pubbliche e con impatti ambientali e paesaggistici spesso devastanti.

Tra gli ultimi atti di intervento della Regione (Progetto esecutivo del 9° lotto in variante), si prevedono invece nuove scogliere e rifiorimenti delle scogliere esistenti per un valore di circa 1,9 milioni di euro.

 

Occorre attivare una pianificazione degli interventi per semplificare e non complicare il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie (che in questo tratto costiero scorre da nord-ovest verso sud-est), con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE ABRUZZO

 

QUADRO STORICO

La regione Abruzzo ha uno sviluppo costiero complessivo pari a 125 km, di cui 99 km di coste basse sabbiose e 26 km di coste alte.

I primi dati sullo stato di erosione dei litorali risalgono allo Studio del 1970 della Commissione Interministeriale “De Marchi” dalla quale si evinceva un basso grado di erosione delle spiagge. Si trattava di pochi km ubicati nell’intorno della foce del fiume Pescara, che, con la presenza del Porto già dalla fine del 1800, registrava un alto grado di artificializzazione della costa. L’erosione attorno agli anni 60 del secolo scorso incideva per il 5 % del totale del litorale.

 

Dai dati pubblicati dal servizio APAT del Ministero dell’Ambiente nel 1990 (Vedere figura a seguire), risulta che i km di erosione della costa sono diventati 35, interessando quindi il 28% del totale del litorale.

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APAT – Ministero Ambiente (erosione coste  dati aggiornati al-1990)

Dati derivati anche dall'Atlante delle spiagge del CNR ,

pubblicato a tappe regionali dal 1985 al 1997

Nel corso dei circa 20 anni intercorsi tra i due periodi sopra richiamati, sono state realizzate molte opere rigide per la protezione della costa, in sostanza barriere radenti, barriere sommerse e soffolte e pennelli perpendicolari alla costa. Sono stati effettuati anche alcuni ripascimenti.

In questo periodo sono stati iniziati e sviluppati dalla Regione (in collaborazione con istituti Universitari) diversi Progetti e Ricerche nell’ottica della gestione integrata della fascia costiera, come R.I.C.A.M.A (progetto Life 1998-2001), AnCoRA, SICORA), finalizzati alla valutazione del rischio costiero ed alla proposizione dei possibili interventi di difesa dalla erosione della linea di costa. Nel solco di questi studi sono state realizzate ulteriori interventi con opere rigide, soprattutto barriere emerse e qualche ripascimento.

La pubblicazione sullo “Stato dei litorali italiani” edita dal Gruppo Nazionale di Ricerca sull’Ambito Costiero (GNRAC) nel 2006 (dati riferiti circa all’anno 2000), ha evidenziato per le coste abruzzesi una erosione accentuata per circa 60 km di litorale, pari a circa il 50% del totale del litorale e al 60% delle coste basse sabbiose, le più vulnerabili. Ma i processi erosivi si registrano anche sulle coste alte. Gli arretramenti delle falesie sono stati valutati fra 30 e 100 metri fino al 1985.

 

A seguire un breve stralcio ripreso dalla monografia della regione Abruzzo nella pubblicazione del GNRAC sopra citata:

 

“La maggior parte delle spiagge abruzzesi (oltre il 50%) è interessata da erosione e i dati recenti evidenziano che sono colpiti da processi erosivi particolarmente intensi anche i tratti protetti mediante opere a mare.

Un esempio è rappresentato dal litorale del comune di Montesilvano, a sud del Fiume Saline, che è costituito da una spiaggia sabbiosa lunga circa 9 km. A partire dagli anni ‘50, nonostante un sistema di opere di difesa realizzato a più riprese nel corso degli anni e costituito da pennelli e da tre allineamenti di scogliere parallele alla costa, la crisi erosiva, ad oggi, continua ad estendersi a tutto il litorale con frequenti problemi per le strutture balneari e la viabilità cittadina. (..). Anche gli interventi realizzati lungo la fascia costiera condizionano l’equilibrio del litorale; particolarmente incisivi sono sia l’intensa urbanizzazione che la realizzazione di opere marittime (porti, pennelli, scogliere, ecc). Le conseguenze di tali elementi si riscontrano nella profonda alterazione dei sistemi dunali e nella interruzione del flusso detritico litoraneo, con conseguenti variazioni negative del profilo della spiaggia emersa e sommersa”.

Gli interventi con opere rigide sono proseguiti costantemente anche con apporti di sabbie reiterati negli anni che però nel volgere di breve continuavano a venire erosi.

Questo approccio progettuale, evidentemente non risolutivo, ha continuato nel tempo e le opere rigide, prevalentemente barriere, interessano oramai circa il 70% della costa abruzzese.

Si stima che negli ultimi 15 anni per questo tipo di opere siano stati spesi 100-150 milioni di euro.

 

Nel 2018 sono state pubblicate le “Linee Guida per la Difesa della Costa dai fenomeni di Erosione e dagli effetti dei Cambiamenti climatici. Versione 2018 - Documento elaborato dal Tavolo Nazionale sull'Erosione Costiera MATTM-Regioni con il coordinamento tecnico di ISPRA.

Nella figura e seguire si riporta la carta di sintesi dello stato di erosione dei litorali regionali, da cui si evince che i km in erosione nella regione Abruzzo sono diventati 82 pari a circa il 63% del totale del litorale.

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

I tratti di litorale con importanti criticità erosive sono diversi da nord a sud, come si può desumere dalla escalation del processo erosivo negli ultimi 40 anni sopra descritto.

Nonostante sia oramai palese la stretta correlazione tra gli interventi fatti sino ad ora e l’incremento dei fenomeni erosivi, la regione sta predisponendo, con la consulenza della Università dell’Aquila (DICEAA), l’aggiornamento del Piano ”Gestione integrata dell’area costiera. Piano organico per il rischio delle aree vulnerabili” (di cui alla D.G.R. n. 964 del 13/11/2002).

Il nuovo PDC (Piano di Difesa della Costa dalla erosione, dagli effetti dei cambiamenti climatici e dagli inquinamenti) è in corso di elaborazione da parte del Servizio Opere Marittime  e acque marine della Regione (DPE 012).

Sembra che comunque gli interventi previsti ricalchino ancora lo schema sino ad ora realizzato. Tra l’altro uno degli elementi forti è dato da un intervento cosiddetto unitario per fermare l’avanzata del mare sulla costa nord e che prevede una serie di barriere parallele dalla foce del fiume Tronto sino a Giulianova (circa 16 km) per un costo complessivo di circa 50 milioni di euro. Se questo intervento sarà realizzato, la copertura con opere rigide della costa abruzzese arriverà a circa il 90%.

Molte aree costiere sono a rischio erosione, con notevoli impatti anche per le infrastrutture viarie e le attività economiche ivi presenti oltre che il grande impatto ambientale su quello che resta del sistema naturale costiero.

Le aree costiere di Alba Adriatica e Martinsicuro a nord, quelle di Montesilvano e Casalbordino al centro e la costa dei trabocchi di Fossacesia a sud , sono tra i tratti maggiormente colpiti, anche se “protetti” da numerose barriere e pennelli artificiali.

 

NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO SISTEMICO ALLA PROTEZIONE COSTIERA

E’ evidente anche ai non esperti che il modello sino ad ora applicato non funziona, che il sistema costiero non è in equilibrio da tempo, e sarebbe quindi fondamentale capire le cause scatenanti di questa erosione e intervenire di conseguenza, invece di reiterare altre barriere rigide e continui apporti di sabbia che regolarmente vengono erosi.

Nell’ottica di comprendere le cause primarie di queste criticità, si vuole rimarcare come questo perdurante squilibrio della spiaggia sia in sostanza legato alla presenza delle opere rigide realizzate nel tempo. Questa forte artificializzazione del litorale ha in realtà innescato processi erosivi consistenti i cui effetti destabilizzanti perdurano nel tempo e le cui cause non possono essere certo imputate al fenomeno dell’innalzamento del livello marino, le cui incidenze significative sono a scala secolare.

E’ oramai comprovato infatti da ampia letteratura tecnica internazionale che troppo spesso gli interventi di protezione dei litorali con opere rigide hanno ottenuto risultati ben al di sotto delle attese o hanno fallito addirittura l’obiettivo, con enorme spreco di risorse pubbliche e con impatti ambientali e paesaggistici spesso devastanti.

Non è un caso che in molti stati degli USA, a partire dalla California, la costruzione di opere rigide sulle coste sia stata vietata.

 

Oltre allo studio delle forzanti classiche legate al moto ondoso, occorre nella fattispecie introdurre soprattutto uno studio ed una analisi dettagliata stagionale delle correnti litoranee di fondo, che determinano in modo sostanziale la morfologia dei fondali prossimi alla costa, e costituiscono un elemento fondamentale per la dinamica dei fenomeni di accumulo e di erosione delle sabbie e per la valutazione dell’interferenza delle strutture portuali con la dinamica costiera, dell’efficacia e dell’impatto delle opere di difesa (con ipotesi di eventuali e parziali smantellamenti)  e della durabilità degli interventi di ripascimento artificiale.

Occorre attivare una pianificazione degli interventi per semplificare e non complicare il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie (che in questo tratto costiero scorre da sud-est verso nord-ovest), con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE MARCHE

 

QUADRO STORICO

Il litorale marchigiano si sviluppa complessivamente per 176 km, di cui 141 km di coste basse (Dati PGIAC, Piano Coste della regione – 2019).

Dai dati ufficiali relativi allo Studio della Commissione De Marchi (1970) i fenomeni di erosione accentuata erano già presenti in diverse zone del litorale, specialmente quelle a più precoce sviluppo economico e turistico balneare e quelle coinvolte dal tracciato costiero della ferrovia già dalla metà del 1800, e coinvolgevano circa 25-30 km di costa (il 25% circa del  litorale sabbioso).

Dai dati dell’”Atlante delle Spiagge” del CNR (1997) si evince che l’erosione interessava già 57 km di litorale (oltre il 40% del totale delle coste basse), mentre i dati riportati dal GNRAC (Gruppo Nazionale di Ricerca sugli Ambiti Costieri) nella rivista “Studi Costieri” sullo Stato dei litorali italiani (2006), registrano 78 km di erosione, il 54% del totale delle coste basse.

Gli ultimi dati regionali pubblicati anche nelle Linee Guida Nazionali sulla erosione costiera (TNEC-2018), sono riferiti al 2012 e riportano la presenza di 81 km di tratti di litorale in erosione , con una perdita di arenile stimata in circa 540.000 metri quadrati nel periodo 2000-2012, cui vanno aggiunti 1.400.000 metri quadrati erosi, censiti dal Ministero dell’Ambiente con rilevi da ortofoto per il periodo 1950-2000.

Al di là dei numeri assoluti, spesso non semplici da interpretare perché le diverse fonti, pur se ufficiali, hanno dei riferimenti di base (come la lunghezza delle coste basse) non sempre coincidenti, è fuori discussione che il trend erosivo è in costante aumento, nonostante che su oltre 100 km di costa siano stati costruiti barriere e pennelli. Secondo i dai dell’APAT al 2000 la regione Marche aveva già messo in opera 749 strutture rigide e nel periodo tra il 2005 e il 2013 ha effettuato ripascimenti per quasi 1 milione di metri cubi di sabbia e ghiaia.

Anche nel caso della regione Marche si registra un evidente scollamento tra gli sforzi messi in opera e le relative risorse economiche impegnate per la difesa della costa e gli effettivi risultati raggiunti, che invece registrano un peggiormento della erosione anche nelle zone cosiddette protette.

Il nuovo piano delle coste della regione (PGIAC -2019) non mette comunque in discussione l’approccio tradizionale, tanto che nel nuovo Piano sono previsti 28 km di nuove scogliere e 37 nuovi interventi strutturali per un totale di 288 milioni di euro in 10 anni di programmazione.

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

E NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO

Sono numerose le realtà litoranee sotto lo scacco della erosione, ma certamente Montemarciano e Porto Sant’Elpidio sono tra le più colpite.

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Marina di Montemarciano    

Porto Sant'Elpidio    

La messa in opera di scogliere radenti, come quella qui evidenziata nella spiaggia di Fermo, porterà inevitabilmente alla totale scomparsa della spiaggia, come noto dalla letteratura tecnica, a causa del fenomeno di riflessione delle onde sulla barriera e dell’asporto dei sedimenti ad opera della corrente litoranea.

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Scogliera radente a Marina Palmense (Fermo)

L’erosione continua ad imperversare anche nelle zone a sud, al confine con l’Abruzzo. Quasi tutta la spiaggia nella Riserva Naturale della Sentina (S. Benedetto del Tronto) è soggetta ad erosione, mettendo a rischio i laghetti salmastri e la Torre del Porto.

Spiaggia della Sentina (S. Benedetto del Tronto)

Un dato di fatto è evidente: Il sistema costiero marchigiano non è in equilibrio da tempo, e sarebbe quindi fondamentale intervenire sulle cause scatenanti di questa erosione, la cui escalation sembra sempre più legata alla presenza delle opere rigide realizzate ed alla conseguente alterazione della dinamica della corrente litoranea di fondo. Il fenomeno dell’innalzamento del livello marino (le cui incidenze significative sono a scala secolare) ed il minore apporto solido dai fiumi da soli non giustificano il grado di erosione registrato, come già rappresentato nel rapporto del GNRAC del 2006 sopra citato.

Invece di artificializzare altri 30 km di litorale, come prevede il nuovo Piano Coste, occorrerebbe riflettere seriamente su nuovi studi e interventi per semplificare e non complicare ulteriormente il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità.

 

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA

QUADRO STORICO

I 140 km di costa emiliano-romagnola registravano già importanti fenomeni di erosione negli anni 60 del secolo scorso, come registrato dallo Studio della “Commissione De Marchi del 1970”: circa 40 km (28%) di litorale erano in erosione, di cui almeno il 50% risultavano già protetti da opere di difesa rigide. Era già in atto il forte sviluppo turistico della costa.

Questa fase della erosione è da attribuirsi anche alla forte riduzione del trasporto solido dei fiumi regionali. Inoltre un elevato tasso di subsidenza naturale (incrementato dalle attività estrattive dal sottosuolo) e le attività estrattive delle cave in alveo dei decenni passati, hanno contribuito alla instabilità di larghi tratti di costa.

Un fattore determinante di innesco e progradazione degli importanti fenomeni erosivi del litorale è stato però la costruzione di opere di difesa rigide (scogliere e pennelli) e l’inserimento di nuove opere portuali, che dai primi decenni del secolo scorso hanno frammentato e modificato la dinamica idro-sedimentaria della costa, bloccando in diversi tratti la naturale deriva litoranea verso nord delle sabbie.

Nella monografia sulla Stato di salute di litorali italiani pubblicato sulla rivista “Studi Costieri” nel 2006, a proposito della Emilia-Romagna si legge:

“Per contrastare questi fenomeni erosivi furono realizzate le prime scogliere a Viserba e Porto Garibaldi, dando così inizio ad una reazione a catena che in quarant’anni ha, ad esempio, potato alla costruzione di circa 20 km di scogliere tra i moli di Rimini e Cesenatico. Per contrastare i fenomeni erosivi della costa, sempre più diffusi, sono state realizzate negli anni successivi ulteriori opere difensive rigide di varia tipologia (aderenti, foranee, pennelli), tanto che alla fine del XX secolo esse raggiungevano uno sviluppo complessivo di ben 77 km. Questi interventi hanno però irrigidito il sistema litorale e snaturato fortemente la sua dinamica evolutiva e, benché abbiano in parte controllato e/o rallentato il fenomeno erosivo, non hanno né risolto il problema né contribuito, in modo significativo, ad invertire il trend negativo della costa.

Anzi, spesso, hanno determinato la formazione di spiagge pensili dove, tra i fondali interni ed esterni addossati alle difese, si instaurano differenze di quota anche di alcuni metri. Ciò ha contribuito all’affermarsi in ambito regionale della tecnica del ripascimento artificiale delle spiagge con il quale si pone temporaneamente rimedio alla crisi regressiva della costa versando sulle spiagge sabbie prelevate da aree di prestito.”

 

Sia dai dati riportati da “Studi Costieri” (GNRAC) che da quelli ripresi dall’”Atlante delle spiagge” del CNR del 1995, le spiagge in erosione nella regione interessavano circa 32 Km, il 23% del litorale. La regione dall’inizio del XXI secolo ha posto in essere, oltre a diversi interventi minori (stagionali) di ripascimento, 3 importanti progetti strutturali, denominati “Progettoni”, centrati sull’apporto di notevoli volumi di sabbie, prelevate da apposite cave marine regionali.

Nella figura a seguire si riporta uno schema di sintesi di questi interventi con i volumi di sabbia di ripascimento e le località interessate.

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Fonte: Regione Emilia-Romagna

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

E NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO

Gli ultimi dati regionali pubblicati anche nelle Linee Guida Nazionali sulla erosione costiera (TNEC-2018), sono riferiti al 2012 e riportano la presenza di 44 km di tratti di litorale in erosione (il 31% del totale della costa), con una perdita di arenile stimata in circa 540.000 metri quadrati nel periodo 2000-2012. Da fonti del Ministero Ambiente pubblicate nel testo “L’erosione costiera in Italia” (2016), nel periodo più ampio 1960-2012 la regione ha perso circa 13 milioni di metri quadrati di spiaggia, il 37% del totale nazionale.

Il volume complessivo dei ripascimenti sul litorale ammonta a circa 4,2 milioni di metri cubi nel periodo 2006-2016 (incluso quindi il 3° progettone  del 2016 del valore di 20 milioni di euro per un apporto di sabbia di 1,4 milioni di metri cubi). A questo vanno aggiunti gli 880.000 metri cubi del primo progettone, portando così un totale di almeno 5 milioni di metri cubi di sabbia portata a ripascimento.

La situazione della costa è complessa e i fattori in gioco che contribuiscono a questa crisi

del litorale sono tanti.

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L’erosione del litorale a Lido di Dante (RA)

Nella figura che segue si evidenzia il quadro evolutivo del litorale, con indicati i tratti di costa difesi da opere rigide, che oramai interessano almeno il 65% del litorale. In rosso i tratti più critici del litorale (anche nell’ottica dello sviluppo turistico balneare) che interessano in particolare la zona sud di Misano e Riccione, il tratto tra Rimini nord e Cesenatico e ampi tratti dei lidi Ravennati e Ferraresi.

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Stato di fatto e dinamiche evolutive del litorale romagnolo - Fonte: Regione Emilia-Romagna. Sistema di gestione celle litoranee SICELL (periodo 2006-2012)

Tenuto conto di quanto già rappresentato nel 2006 dalla rivista “Studi Costieri”, sembrerebbe opportuno verificare se l’approccio progettuale generale, qui come anche a livello nazionale, non mostri dei limiti proprio nella fase di studio e di progettazione del complesso problema.

Per la discussione sul problema si evidenziano alcune situazioni:

  • I ripascimenti dei 3 progettoni hanno interessato soprattutto le stesse aree costiere, molte delle quali già protette da un sistema di barriere e pennelli;

  • Dai dati ufficiali censiti nel 2018 dalla ARPAe (pubblicazione ASITA 2019) i volumi rimasti delle sabbie apportate con il 3° Progettone sono nell’ordine del 54%. Anche considerando che una piccola parte delle sabbie migrano in altre zone limitrofe, una perdita del 46% - cioè di circa 650.000 metri cubi in 18 mesi - è un dato che fa sicuramente riflettere a maggior ragione che molti di questi tratti sono già “protetti”.

 

Si riporta solo il caso degli interventi di ripascimento effettuati tra il 2002 e il 2016 nei circa 3-3,5 km tra Misano Adriatico e Riccione sud: dai dati ufficiali della Regione risulta che solo con i 3 grandi ripascimenti effettuati sono stati portati sul litorale circa 1 milione di metri cubi di sabbia in 15 anni, in un tratto già protetto.

Pur nella complessità del fenomeno, un dato sembra evidente: Il sistema costiero della regione non è in equilibrio da tempo, e sarebbe quindi fondamentale intervenire sulle cause scatenanti di questa erosione, la cui escalation sembra sempre più legata alla presenza delle opere rigide realizzate ed alla conseguente alterazione della dinamica della corrente litoranea di fondo che trasporta i sedimenti, che non permette di mantenere in equilibrio le sabbie apportate per un tempo congruo. Il fenomeno dell’innalzamento del livello marino (le cui incidenze significative sono a scala secolare) ed il minore apporto solido dai fiumi da soli non giustificano il grado di erosione registrato, come già rappresentato nel rapporto del GNRAC del 2006 sopra citato.

La regione è dotata di un Piano Coste già dal 1981 e da una struttura interna importante adibita alla programmazione, progettazione e gestione delle opere di difesa dalla erosione. Occorrerebbe riflettere seriamente su nuovi studi e interventi per semplificare e non complicare ulteriormente il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando e/o riducendo gli irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità e che sono una concausa importante della durata limitata dei ripascimenti.

 

A livello europeo la Regione è promotrice dell’iniziativa Carta di Bologna, la Carta delle Regioni europee per la promozione di un quadro strategico di azioni volte alla difesa e sviluppo sostenibile delle zone costiere del Mediterraneo. L’iniziativa mira al rafforzamento e all’affermazione del ruolo delle Regioni nell’ambito di iniziative europee a scala di Mediterraneo, in materia di politiche di gestione e di difesa costiera. Questa sarebbe una ottima occasione per avviare una seria discussione di merito sulla progettualità delle opere costiere, che tenga conto delle oggettive problematiche emerse dagli interventi realizzati sino ad ora. Alcune indicazioni in tal senso sono già abbozzate nelle Linee Guida del Ministero dell’Ambiente e da ampia letteratura tecnica internazionale.

 

Oltre allo studio delle forzanti classiche legate al moto ondoso, sarebbe opportuno introdurre uno studio ed una analisi dettagliata stagionale delle correnti litoranee di fondo, che determinano in modo sostanziale la morfologia dei fondali prossimi alla costa, e costituiscono un elemento fondamentale per la dinamica dei fenomeni di accumulo e di erosione delle sabbie e per la valutazione dell’interferenza delle strutture portuali con la dinamica costiera, dell’efficacia e dell’impatto delle opere di difesa  e della durabilità degli interventi di ripascimento artificiale.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE VENETO

 

QUADRO STORICO

La costa veneta si estende per 140 km dalla foce del Fiume Tagliamento a quella del Po di Goro ed è bordata da spiagge sabbiose, generalmente a bassa pendenza, in prossimità delle quali vi sono numerosi ed estese aree lagunari e paralagunari.

Dai dati ufficiali relativi allo Studio della Commissione De Marchi (1970) i fenomeni di erosione accentuata erano presenti nella zona della laguna veneta e nelle aree costiere alluvionali del polesine e della foce del Tagliamento e già interessavano complessivamente almeno 20 km di litorale e cioè circa il 15% del totale delle spiagge. Vedi stralcio figura a seguire; il tratto di costa veneta è cerchiato in blu.

Il forte sviluppo economico avutosi negli anni 60-70 del secolo scorso, anche per quanto riguarda il turismo balneare e tutte le attività connesse, inclusa la nautica da diporto, hanno portato ad un grande consumo di suolo nei tratti costieri, con elevati tassi di artificializzazione del litorale, e lo smantellamento degli estesi allineamenti dunari che bordavano naturalmente gli arenili. L’alterazione profonda della idrodinamica costiera ha portato ad una accelerazione dei processi erosivi. Per contrastare questa tendenza alla erosione è stato costruito, soprattutto per proteggere gli abitati e gli arenili con una grande valenza turistico-balneare, un continuo d’opere di difesa, tra barriere radenti, barriere frangiflutti e pennelli.

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Difesa radente nei pressi del centro storico di Caorle

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Mappa del rischio da erosione dei litorali veneti (da GNDCI)

Dai dati pubblicati dal GNRAC nella rivista “Studi Costieri” sullo Stato dei litorali italiani (2006) si evince che l’erosione in Veneto interessava circa 25 km di litorale (18% del totale), metà dei quali erano già stati “protetti” da opere rigide.

Dall’inizio degli anni 2000 la situazione erosiva è costantemente peggiorata in modo esponenziale, nonostante i numerosi interventi che si sono susseguiti, sia di ulteriori opere rigide sia di importanti e ripetuti ripascimenti delle spiagge.

Gli ultimi dati regionali pubblicati anche nelle Linee Guida Nazionali sulla erosione costiera (TNEC- 2018), sono riferiti al periodo 2007-2012 e riportano la presenza di 52 km di tratti di litorale in erosione (pari al 37% del totale), con una perdita di arenile stimata in 870.000 metri quadrati. 

Tutto questo anche considerando che nel periodo dal 2003 al 2015 sono stati realizzati importanti interventi di ripascimento per circa 4,8 milioni di metri cubi di sabbia: in sostanza circa il 25% di tutti i ripascimenti fatti in Italia nel periodo.

 

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

E NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO

Le situazioni di criticità del litorale veneto sono diverse, come emerge da tutti i dati a disposizione. Alla luce anche dei più recenti eventi meteo-marini tra Novembre 2019 e giugno 2020, non vi è dubbio che le zone più colpite dal fenomeno erosivo sono quelle di Jesolo, Caorle, Eraclea e Bibione, spiagge peraltro già “protette” da pennelli e fornite di sabbia con ripascimenti a più riprese.

La regione Veneto ha adottato un Piano per la difesa dei litorali dalla erosione nel 2016, in cui vi è uno studio dettagliato di tutto il litorale. Le soluzioni proposte sono comunque in continuità con gli interventi messi in atto nei decenni trascorsi.

Il sistema costiero non è in equilibrio da tempo, e sarebbe quindi fondamentale capire le cause scatenanti di questa erosione, la cui escalation sembra legata soprattutto alla presenza delle opere rigide realizzate. Il fenomeno dell’innalzamento del livello marino (le cui incidenze significative sono a scala secolare) ed il minore apporto solido dai fiumi da soli non giustificano il grado di erosione registrato. Non è un caso che in molti stati degli USA, a partire dalla California, la costruzione di opere rigide sulle coste sia stata vietata.

Occorre riflettere su interventi per semplificare e non complicare il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE FRIULI-VENEZIA-GIULIA

 

QUADRO STORICO

Le zone litoranee di Grado e Lignano sono le principali spiagge della regione e presentano entrambe problematiche di erosione e arretramento di parte della linea di costa.

In particolare lungo il litorale di Lignano la linea di riva nel periodo 1954 ÷ 1998 ha denunciato perdite complessive fino a circa 70 m, soprattutto lungo la porzione più occidentale dell’arenile, in vicinanza della foce del Fiume Tagliamento (Lignano Riviera e Lignano Pineta), mentre la parte più centrale si mantiene più stabile e si registra un nuovo peggioramento nella parte più orientale di Lignano Sabbiadoro, verso la bocca lagunare di Lignano.

Dai dati pubblicati nel 1999 nell’”Atlante delle spiagge italiane” del CNR-MURST del si rileva che in riferimento all’anno 1990 per l’intera regione si registra una erosione complessiva per 3 km di litorale, pari a circa il 4% delle spiagge basse sabbiose, che ammontano a circa 76 km.

 

La pubblicazione sullo “Stato dei litorali italiani” edita dal Gruppo Nazionale di Ricerca sull’Ambito Costiero (GNRAC) nel 2006, ha evidenziato per le coste friulane una erosione accentuata per almeno 10 km di litorale, pari al 13% delle spiagge basse sabbiose.

 

Nel corso di poco più di un decennio il fenomeno erosivo risulta incrementato di circa il 10% e questo nonostante i diversi interventi di protezione e ripascimento messi in atto.

Ma la storia parte dal lontano: la grande urbanizzazione collegata allo sviluppo turistico balneare ha portato alla distruzione degli apparati dunali un tempo presenti e del correlato equilibrio con la spiaggia emersa-sommersa. Con le numerose opere di difesa artificiali (parallele e trasversali) sorte negli ultimi 80 anni, sia per contenere l’erosione che per garantire l’officiosità dei porti-canale, si è cercato di porre rimedio ad un sistema sempre più fuori controllo.

 

Nel 2018 sono state pubblicate le “Linee Guida per la Difesa della Costa dai fenomeni di Erosione e dagli effetti dei Cambiamenti climatici. Versione 2018 - Documento elaborato dal Tavolo Nazionale sull'Erosione Costiera MATTM-Regioni con il coordinamento tecnico di ISPRA.

Purtroppo i dati sullo stato di salute del litorale della regione Friuli Venezia Giulia non sono stati ufficializzati dalla regione al Ministero e quindi non vi sono dati ufficiali aggiornati, come risulta dalla cartina di sintesi qui riportata, da dove si evince che Friuli Venezia Giulia e Sicilia sono le uniche 2 regioni marittime che non hanno aggiornato i loro dati sullo stato erosivo della costa. Il trend erosivo comunque non è certamente diminuito.

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Scheda della percentuale di erosione

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

Nella figura a seguire (a sinistra) si riporta l’immagine ripresa da Google Earth del litorale di Lignano Sabbiadoro. Sono evidenziati nel cerchio rosso i due tratti estremi del litorale, che sono sicuramente i tratti più critici da parecchi anni. Qui infatti si sono concentrati gli interventi di protezione più importanti e a cadenza annuale o poco più, basati fondamentalmente sull’apporto di sabbia marina dragata alla foce del Tagliamento a sud e all’imboccatura della laguna a nord, con movimentazioni di sabbie dell’ordine di diverse decine di migliaia di metri cubi all’anno.

Data la necessità costante di alimentare queste spiagge è evidente che il sistema non è in equilibrio, e sarebbe quindi fondamentale capire le cause scatenanti di questa erosione e intervenire di conseguenza, invece di reiterare continui apporti di sabbia che regolarmente vengono erosi.

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Negli ingrandimenti delle due aree critiche cerchiate in rosso, che si riportano a fianco della figura precedente, si vuole mettere in evidenza che in entrambi i casi (a sud e a nord) abbiamo una presenza di diverse strutture rigide (pennelli trasversali alla linea di costa), mentre nella parte centrale, priva di pennelli, la situazione è abbastanza in equilibrio.

 

NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO SISTEMICO ALLA PROTEZIONE COSTIERA

Nell’ottica di comprendere le cause primarie di queste criticità dei tratti litoranei indicati, si vuole rimarcare come questo perdurante squilibrio della spiaggia sia in sostanza legato alla presenza delle opere rigide realizzate nelle due zone indicate a nord e a sud. Questa artificializzazione del litorale, che risale a diversi decenni orsono, ha innescato processi erosivi i cui effetti destabilizzanti perdurano nel tempo.

E’ oramai comprovato infatti da ampia letteratura tecnica internazionale che troppo spesso gli interventi di protezione dei litorali con opere rigide hanno ottenuto risultati ben al di sotto delle attese o hanno fallito addirittura l’obiettivo, con enorme spreco di risorse pubbliche e con impatti ambientali e paesaggistici spesso devastanti.

 

Occorre attivare una pianificazione degli interventi per semplificare e non complicare il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie (che in questo tratto costiero scorre da sud-ovest verso nord-est), con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE SARDEGNA

 

QUADRO STORICO

La costa della Sardegna ha una estensione di 2.241 km, con  km 582 di costa bassa, 1.529 di costa alta e 130 km di costa fittizia, di cui 33 km di  opere portuali  e 97 di opere radenti.  (Dati Tnec 2018). Lo sviluppo complessivo, isole minori comprese, è di 2.700 km, quasi un quarto di tutta la costa italiana.

Dai primi dati del 1970 (vedi Stralcio figura sotto) la regione non aveva particolari problemi di erosione se non qualche breve tratto nei pressi di Cagliari e nella zona di Alghero per un totale di circa 15 km.

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 Dai dati del Ministero Ambiente (APAT, 1995 – vedi figura in basso) risultavano in erosione circa 200 km di coste, dato più o meno confermato anche dal documento di STUDI COSTIERI sullo “Stato di erosione dei litorali” del 2006, che segnalava circa 165 km di coste in erosione su 460 km di costa bassa e un totale di sviluppo costiero pari a circa 2000 km.

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Scheda della percentuale di erosione

Il forte aumento del turismo costiero tra gli anni 60 e 90 del secolo scorso, ha inevitabilmente richiesto una maggior presenza di aree portuali e dei aree attrezzate (consumo di suolo), che hanno esacerbato i primi fenomeni di erosione localizzata,  per far fronte alla quale si sono costruite anche in Sardegna, come in tutta Italia, molte opere rigide di protezione (scogliere e pennelli in massi : circa 560 strutture in Sardegna secondo le fonti APAT del Ministero Ambiente), che in realtà, alla prova dei fatti, hanno peggiorato la erosione esistente a causa della modificazione del regime idrodinamico costiero, ed hanno traslato la erosione nei tratti adiacenti.

Gli ultimi dati pubblicati dal Ministero Ambiente e ISPRA nelle Linee Guida contro l’erosione costiera (2018) segnalano una erosione sul litorale sardo per circa 84 km, pari al 15% delle coste basse.

La situazione delle coste in Sardegna è molto articolata dal punto di vista morfologico ed occorre studiare con particolare attenzione caso per caso. In ogni modo la spiegazione principale della sensibile diminuzione dei tratti costieri in erosione, può essere ricercata proprio nella minore realizzazione di opere rigide lungo il litorale dopo l’entrata in vigore del piano paesaggistico regionale del 2006. A dimostrazione che l’incidenza sui fenomeni erosivi della costa della riduzione dell’apporto sedimentario dei fiumi  e dell’incremento del livello marino, è certamente sensibile, ma minoritaria rispetto agli effetti legati alla artificializzazione del litorale, dovuta alle opere portuali ed alle varie strutture rigide di “protezione”.

Ancora una volta occorre sottolineare che intervenire sulle coste con opere per il rilancio del turismo non significa necessariamente attivare l’erosione delle spiagge: occorre pianificare e progettare gli interventi ritenuti importanti nel rispetto della naturale idrodinamica costiera, lasciando che i sedimenti “in transito” lungo la costa siano liberi di fluire, senza alterare la morfologia dei fondali e il quadro energetico complessivo.

 

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

E NECESSITÀ  DI UN NUOVO APPROCCIO

La regione autonoma Sardegna non ha un vero e proprio piano di gestione e tutela delle coste, anche se è dotata di Piani operativi di intervento sulle coste e di linee guida per i Piani di Utilizzo dei Litorali (PUL).

La regione Sardegna ha partecipato al progetto MAREGOT, un progetto Interreg transfrontaliero finalizzato alla prevenzione e gestione dei rischi derivanti da erosione costiera, assieme ad altre 4 regioni partner del progetto (Liguria; Toscana, Corsica e PACA – Provence, Alpes, Côte d'Azur). Nel maggio scorso si è tenuta la conferenza conclusiva e le indicazioni progettuali in esso contenute, saranno adottate dalla regione. E’ uno studio dettagliato e apre anche a concetti legati alla rimozione e/o rivisitazione delle opere esistenti, anche se, negli ultimi 5 anni sono stati spesi circa 20 milioni di euro in opere di protezione costiera (il 70% provenienti dai fondi comunitari Por-Fesr 2014-2020), basate però sul consueto abbinamento di opere rigide (o loro manutenzione) e ripascimenti localizzati.

Tra gli ultimi interventi approvati, per un valore di 1,3 milioni di euro, vi è quello della difesa dalla crescente erosione nella zona di Perd’e Sali, nel comune di Sarroch (CA), innestata dalla costruzione del porto, che risulta peraltro spesso insabbiato. Si prevede la costruzione di pennelli con apporto di sabbia. Ciò non risolverà il problema, che nel tempo sarà acuito proprio dalla natura di questi interventi.

La spiaggia di Alghero (SS) sempre più ridotta

La spiaggia erosa di Sarroch (CA)

La spiaggia erosa di Sarroch (CA)

In Sardegna il problema erosione interessa sia le coste alte che quelle basse e secondo le recenti statistiche regionali, sono 79 su 271 le spiagge sabbiose sotto osservazione per erosione e 19 in particolare si trovano in uno stato critico, specialmente nel versante ovest dell’isola.

SI tratta in particolare delle spiagge di Cagliari (Poetto, Capoterra), di S. Margherita di Pula, Villasimius, Calamosca, Stintino (Pelosa) e Calagonone, ma anche della rada di Alghero, di Porto Torres, di Marina di Sorso e Cabras.

Le legge approvata agli inizi di luglio 2020 dal governo regionale pone per la prima volta delle deroghe al piano paesaggistico del 2006, aprendo un fronte su nuovi ulteriori interventi di artificializzazione della costa.

Occorrerebbe riflettere seriamente su nuovi interventi per semplificare e non complicare ulteriormente il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera della spiaggia sommersa, allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità, come oramai ampiamente dimostrato dalle cronache degli ultimi decenni.

LO STATO DI EROSIONE DEL LITORALE DELLA REGIONE SICILIA

 

QUADRO STORICO

Dalla prima analisi sullo stato di erosione dei litorali del 1970 (Commissione “De Marchi”) la costa siciliana presentava già problemi di erosione delle spiagge per circa 90 km di litorale, (vedere figura sotto), protetti solo al 20% da strutture rigide di difesa, e la cui causa principale è da ricercarsi nella presenza di foci armate e di strutture rigide portuali. Era il periodo del primo grande sviluppo delle attività costiere legate al turismo.

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Dalla pubblicazione del TNEC 2018 (Linee Guida per la Difesa della Costa dai fenomeni di Erosione e dagli effetti dei Cambiamenti climatici. Versione 2018 – Documento elaborato dal Tavolo Nazionale sull’Erosione Costiera MATTM-Regioni con il coordinamento tecnico di ISPRA) non è possibile avere un aggiornamento sulla lunghezza, le caratteristiche delle coste siciliane ed i tratti in erosione, in quanto la regione non ha inviato i dati al Ministero.

Nella monografia sullo stato dei litorali italiani del GNRAC (Gruppo Nazionale di Ricerca sugli Ambiti Costieri) pubblicata nella rivista “Studi Costieri” nel 2006, nella sezione relativa alla Sicilia, si riportano i seguenti dati sulla classificazione delle coste.

“Dai dati presenti dall’Atlante delle Spiagge Italiane ed accogliendo i risultati derivanti dalle elaborazioni del Servizio Difesa delle Coste dell’APAT, la lunghezza totale delle coste (incluse le Isole minori) risulta di 1623 km, con le caratteristiche esposte nella tabella seguente”.

Dai dati ricavati dal Servizio tecnico del Ministero Ambiente riferiti al 1995 (APAT oggi ISPRA), vent’anni dopo le risultanze dello Studio “De Marchi”, la Sicilia (vedi figura sotto), con 439 km di coste in erosione, risultava una delle 4 regioni con il più alto tasso di erosione: 39% rispetto alla lunghezza delle coste basse e il 27% rispetto all’intero litorale.

APAT (ISPRA) 1995

Questa vera e propria escalation della erosione, che ha quintuplicato le spiagge in crisi, è legata alla progressiva e forsennata costruzione di opere rigide. Sempre dai dati dell’APAT la regione Siciliana al 1995  (vedi figura sotto), aveva il più alto numero di opere rigide (barriere radenti, pennelli , scogliere e porti e approdi) costruite per la difesa delle coste e lo sviluppo portuale tra tutte le regioni italiane, con in media un’opera rigida per quasi ogni km di costa.

APAT (ISPRA) 1995

Da Fonti ISPRA (2005), la regione negli ultimi 50 anni ha perso con l’erosione circa 14 km quadrati, che significa 14 milioni di metri quadrati di spiaggia (vedi figura qui sotto : i numeri a sinistra indicano i km quadrati). Come dire che è scomparsa una spiaggia lunga 700 km per una profondità di 20 metri.

Elaborazione su dati ISPRA

MAGGIORI CRITICITÀ DI EROSIONE DEL LITORALE REGIONALE

E NECESSITÀ DI UN NUOVO APPROCCIO

C’è senza dubbio una forte correlazione fra il grande incremento delle coste in erosione nel periodo 1970-1990 e il forte sviluppo turistico e insediativo sulle coste dell’isola. Ma qui il punto non è solo quello del consumo di suolo (comunque altissimo), ma proprio del tipo di opere rigide di protezione che si sono moltiplicate a catena, assieme alla comparsa di numerose strutture portuali. La Sicilia è la prima regione per presenza di opere portuali e approdi (dati Ministero Ambiente).

Questa grande artificializzazione della costa è la causa prima dell’acuirsi dei fenomeni erosivi, e quindi è proprio da una profonda riconsiderazione dell’approccio progettuale tradizionale per la difesa della costa, che può trovarsi una soluzione che inverta la tendenza e che sfrutti al meglio le capacità resilienti delle spiagge. L’incidenza sui fenomeni erosivi della costa della riduzione dell’apporto sedimentario dei fiumi e dell’incremento del livello marino, è certamente sensibile, ma minoritaria rispetto agli effetti legati alla artificializzazione del litorale.

Un aspetto centrale delle politiche di difesa della costa, in Sicilia come in tutte le regioni marittime, è la scarsa pianificazione degli interventi costieri, che nella stragrande maggioranza dei casi sono costituiti da interventi di carattere emergenziale, pur avendo attinto per molti lavori da fondi europei, come i POR-FESR, che in teoria dovrebbero far capo ad una pianificazione pluriennale.

Con l’istituzione nel 2014 del Commissario di governo contro il dissesto idrogeologico nella regione siciliana, la regione ha avviato un approccio più razionale e pianificato degli interventi previsti, dando corpo anche a strumenti importanti per la gestione costiera, che sono i “Contratti di costa”.

Un Contratto di costa è stato siglato nel 2018 tra il Presidente della regione ed i sindaci di 14 comuni della costa tirrenica tra Tusa e Patti, proprio per operare con una visione unitaria e non emergenziale su circa 80 km di costa. I primi bandi sono già usciti, ma, dal punto di vista strettamente tecnico, la logica degli interventi in sostanza è sempre la stessa.

Parallelamente a questa iniziativa si sta concludendo, su incarico del Presidente della regione, la stesura del vero e proprio Piano di gestione delle coste della regione, a cura delle 4 Università dell’isola (Messina, Catania, Enna, Palermo), che darà  un preciso aggiornamento sullo stato dei litorali e sulle caratteristiche della forte antropizzazione dello stesso, per delineare le nuove linee guida per la pianificazione e gestione dei litorali, nell’ottica di un approccio meno impattante e più resiliente.

La regione ha a disposizione somme importanti destinate al recupero dei litorali erosi, tra I fondi POR-FESR 2014-2020 in scadenza e quelli del Patto per la Sicilia.

Non mancano i problemi quindi sulle coste siciliane, ma non mancano nemmeno i fondi dedicati. Si tratta quindi di ridefinire il quadro pianificatorio e i relativi approcci progettuali, dando grande rilievo alla analisi delle variazioni morfologiche della spiaggia sommersa, con un forte programma di monitoraggio pluriennale inclusa una seria analisi sui reali effetti ex-post delle opere realizzate, al fine di ponderare le possibili correzioni di rotta, ed intervenire con adattamenti sulle strutture esistenti.

Eraclea Minoa (AG) – La spiaggia scomparsa

Erosione costiera tra Patti e Tusa (ME)

La costa artificializzata a Capo D’Orlando (ME)

Un dato di fatto è evidente: il sistema costiero non è in equilibrio da tempo, e sarebbe quindi fondamentale intervenire sulle cause scatenanti di questa erosione, la cui escalation è legata soprattutto alla presenza delle opere rigide realizzate ed alla conseguente alterazione della dinamica della corrente litoranea di fondo. Anche la durata troppo limitata dei ripascimenti deve infatti far riflettere sulla strategia da adottare.

Occorrerebbe riflettere seriamente su nuovi interventi per semplificare e non complicare ulteriormente il sistema naturale costiero, attraverso un monitoraggio frequente della morfologia costiera della spiaggia sommersa, allo scopo di analizzare in dettaglio il trasporto litoraneo delle sabbie, con l’obiettivo di mantenere il più possibile una struttura di difesa naturale, rappresentata in primis dalla spiaggia emersa/sommersa e dalla sua capacità resiliente ed evitando irrigidimenti della costa che non sono in fase con la sua naturale dinamicità, come oramai ampiamente dimostrato dalle cronache degli ultimi decenni.

della Provincia di Messina 

OSSERVATORIO SULL'EROSIONE DELLE SPIAGGE 

L'Osservatorio sull'erosione delle spiagge della Provincia di Messina è curato da due esponenti dell'ambientalismo siciliano, Enzo Bontempo e Salvatore Granata, impegnati da oltre trent'anni nell'analisi del fenomeno e nella divulgazione delle conoscenze e delle esperienze acquisite.
Il sito è stato pensato come archivio di immagini delle osservazioni effettuate sul campo e di documenti relativi ad eventi, iniziative politiche ed atti amministrativi rilevanti per il tema trattato.
Scopo dichiarato del lavoro è quello di ricostruire e conservare la memoria di quanto avvenuto finora e di offrire una chiave di lettura utile a spiegare le trasformazioni della morfologia costiera.
Le immagini ed i commenti pubblicati riflettono l'elaborazione collettivamente maturata dal Circolo Legambiente Nebrodi.

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